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E lei scappò via piangendo

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Albert si sentì destare con un bacio, aprì gli occhi e vide la ragazza, coi dorati e lunghi capelli, gli occhi color del cielo all’alba, il sorriso raggiante d’allegria. La ragazza era vestita meglio, aveva le scarpe, un vestito verde, e i capelli legati in una treccia. Si sedette accanto all’uomo e chiese:

– Sono qui, come vi avevo promesso.

– Ah… sì, sdraiatevi, indosso qualcosa di decente.

– No, non muovetevi, andate bene così!- Albert era in veste da notte, una camicia.

Ci fu qualche istante d’attesa, poi Christine s’alzò e tolse il vestito con le scarpe, s’infilò nel letto accanto ad Albert, si strinse a lui e sospirò.

– Christine…

– Cosa c’è?

– Perché mi desiderate?- la ragazza si trovò in difficoltà, non seppe cosa rispondere sulle prime, poi ci rifletté bene, disse:

– Non credo esista un motivo solo. Siete splendido, siete arrogante e duro, siete maturo. Siete più maturo di me, ed io voglio essere accudita come una gattina!- si rannicchiò sotto le coperte, Albert la osservò e sorrise:

– Puoi smettere di darmi del voi…

– Ma devo, è la regola. E come vi vengono certe idee? Da quando si dà del tu? E’ una cosa indecente!- Albert gli sfiorò il volto e disse:

– Ti obbligo.

– Ma…

– Niente obbiezioni…- Christine dovette arrendersi, anche se contraria, era impegnata ora.

– D’accordo Albert.

Restarono a letto per tutta la notte, a discutere, parlarono d’ogni cosa, e Albert ascoltava la ragazza cicalare con allegria, senza mai perdere tempo, gli parlò di suo padre, dei suoi fratelli, della sua casa, di sua madre, delle sue conoscenze, del suo lavoro, faceva la sarta, dei suoi sogni, dei desideri, del suo passato, una vita infelice, un infanzia distrutta dalla miseria e dal dolore. Gli parlò di sé, del suo carattere, delle sue avventure straordinarie: imparare a scrivere, a nuotare, a leggere, a far di conto, vide il mare, del suo viaggio a Parigi e a Marsiglia, dei tanti amori non corrisposti, dei fallimenti, nessuno voleva una ragazzina misera, magra e inesperta, così mai ebbe la fortuna d’essere promessa a qualcuno. Insistette sul suo lavoro e sulle imprese, raccontò del vestito che aveva confezionato ai nobili di Versailles, gli spiegò come facesse ad essere così capace, tutta opera di sua madre, che l’aveva portata con sé, nel negozio, quando ella aveva meno di sei anni- Christine invece affermò che gli era donata da Dio, la capacità estrema di creare ogni cosa con ago e filo, un carisma sfruttato come si deve. Erano le tre passate quando smise di chiacchierare, Albert gli accarezzò le guance e sussurrò:

– Tu credi in Dio Christine?- alla domanda la ragazza s’inginocchiò scappando dalle grinfie affettuose dell’uomo, era sconvolta, s’allontanò dal letto e cercò la porta, spaventata. Albert non capì, accese le candele con un fiammifero la candela accanto al letto, s’alzò e preoccupato chiese:

– Christine, che cos’ hai?

– Mi hai fatto una domanda insolita, con questo vuoi annunciare che sei un miscredente! Sei il figlio di satana!- a quelle parole, quelle frasi meschine, gettarono sale sulla cicatrice del sacrificio di Colette, un sacrificio devoto all’amore che provava per lui, ella distrusse il valore assoluto per lui, frenò la sua passione, decise d’abbandonare ogni bene per salvarlo, e quest’offesa, gli rammentava l’accusa, gli rammentava il motivo dell’assassinio, il ricordo del giorno più brutto di tutta la sua vita. Fondamentalmente era un miscredente, quel giorno capì, intuì che Dio non ci fosse, ragionava col cervello, col cuore infranto dall’agonia, non con la fede, perché la fede l’aveva persa, l’aveva rifiutato. “L’unica cosa a dettare legge siamo noi uomini, e se ci fosse un Dio, di certo sarebbe nostro nemico, un demonio, che cerca di distruggere l’amore, non lo prodiga, lo stermina, come ha fatto con me e Colette” ecco cosa pensava Albert. Ed il cuore iniziò a pulsare d’ira, di dolore, di rabbia, di rancore, tanto che per la furia, schiaffeggiò la giovane ragazza. La scagliò contro il muro con impeto, si riprese quando era in lacrime Christine, che scappò via, spaventata.

Albert si pentì amaramente del gesto, e pianse, sfogò il suo risentimento verso sé, prese una candela e la mise sotto la mano sino a bruciarsi, se la legò con una garza bianca. Per due mesi la ragazza non si fece più vedere, e lui attese che la ferita guarisse per andare a cercarla. Intanto aveva fatto crescere i capelli, lisci, lucidi, li portava legati, per non recargli fastidi nelle lotte, ed una barba incolta, lo personificava, evidenziando la sua originalità. Cambiò abiti, ora andava vestito di rosso, nero per gli stivali, i guanti, il fodero dell’arma, i capelli, la cintura. Il suo viso non aveva mutato i lineamenti duri e decisi, come il suo sguardo gelato. Così, un giorno prefissato, afferrò la daga, un mantello corvino. Quella volta lasciò la chioma lunga, così che non l’avrebbero riconosciuto, e s’incamminò per la campagna in fiore, era primavera avanzata, eppure si manteneva un clima gelido, ma nulla poté arrestare il cammino d’Albert.

Attraversò le foglie verde chiaro dell’erbe alte, gli alberi, il fango, nulla osò infrangere la sua decisione. Giunse in paese, nella cittadina di Dreux, passò le porte con la sinistra stretta all’elsa della fedele daga, tenuta lucida, lustrata, pura; gli si pose uno spettacolo caotico: gente che urlava, persone che affollavano le vie, piazze gremite di gente, erano le undici, e scoprì che la casa di Christine, che tutti conoscevano, era in una piazza vicina.

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