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Avrei voluto sposarti, ma tu lo hai già fatto

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Un dì Aurelio aveva portato la ragazza dal suo amico Stefano, dichiarando che tra loro era nata quella complicità primordiale da cui ogni spasimo avrebbe avuto inizio. La famiglia di Stefano, saputa la notizia, intese che Aurelio aveva ritrovato la serenità e la felicità, e giustamente, egoisti com’erano, lo bandirono dai loro discorsi. Lui lo seppe e ringraziò il cielo, conosceva molto bene i seri problemi che l’affliggevano, cercando in ogni modo di svigorirgli l’esistenza.

Ebbero la buon’idea di recarsi agli uffici comunali, e tramite azzardate e illegali pratiche, s’impossessarono di una modesta dimora: una mansarda più spaziosa con un camino vero e proprio, di friabili schegge di roccia amalgamate in cemento grigio. La soffitta era poco più grande della precedente, a causa del caminetto che n’occupava un quarto, non c’era nessun tipo di porta, solo la finestra che scendeva, col soffitto, alla destra del caminetto; l’aria era costantemente soffocante, l’uniche luci erano le fiamme, non c’era letto, solo delle coperte di lana, sopra un tappeto che ricopriva il pavimento. Quel luogo era l’ideale per i due giovani, non desideravano spazio, cercavano solo calore e la presenza dell’altro, unicamente questi erano i loro pensieri.

Man mano che i mesi passavano, sentirono il bisogno di percorrere la via sino in fondo, e così fecero, ed ogni qual volta volevano, si scambiavano amore al tepore della tiepida brace. Così passarono i primi due mesi, nei giochi notturni e diurni, nei baci e nelle carezze, e il mondo pareva si fosse fermato in quella stanza all’ultimo piano, di un palazzo, al centro di una città che pian piano iniziava a rimarginarsi.

Quella sera, come tutte, rimasero sotto le coperte senza alcun vestito. Bighellonando, incrociarono le mani, Silvia avvertì il gelo della fede dorata, osservò il compagno e dichiarò:

« Avrei voluto sposarti… ma tu lo hai già fatto.

« Ti dispiace?

« Un poco… mi sarebbe piaciuto… vedere i paggi vestiti come gli adulti che sollevano l’estremità del velo, ed io che camminavo sopra un tappeto color porpora, vestita con l’abito bianco… oh, come mi sarebbe piaciuto! » Aurelio la sentì sospirare, gli baciò la fronte e bisbigliò:

« Io e te… siamo già sposati… » assicurò il ragazzo, coprendo meglio entrambi « Non è così?

« Sì, hai ragione. Ora siamo sposati, quindi possiamo anche giocare ad amarci tutto il tempo. Come facciamo del resto…

« Certo.

« Possiamo parlare di ogni cosa, anche litigare, come facciamo.

« Sì, ebbene?

« Ebbene, voglio che tu parli con me, raccontami…

« Cosa Silvia? Ti ho narrato la mia intera vita, cosa vuoi sapere?

La ragazza si rannicchiò sotto il suo braccio e domandò timidamente:

« Non mi hai mai parlato di tua moglie, di Flavia.

« E’ meglio così, non voglio ricordare… » Silvia osservò il viso di Aurelio, intese che non era attratto dalla richiesta, così anche lei lasciò correre il discorso nei ricordi struggenti di un passato doloroso, che ancor oggi, a distanza di molto tempo, affliggeva il cuore di Aurelio. Gli occhi gli si riempirono di lagrime amare, vischiose, colavano dalle palpebre solleticando le rosee guance del ragazzo, e scendevano sul mento, sul collo, s’incanalavano nel solco della clavicola, giungevano così a gareggiare attraverso il petto, il ventre, e s’asciugavano man mano che percorrevano il tragitto. Versate poche lacrime, quelle poche parvero lasciare una traccia sulla pelle di Aurelio, come fossero sangue nero, impiastrandolo di scie oscure. Silvia li notava, scrutava chiaramente le orme del dolore, la traccia della disperazione assopita, una rabbia mirata e scagliata sulla sua stessa essenza, ed ogni lacrima reduce della guerra civile della psiche Aureliana, perdeva il cammin facendo il seme della tortura e della sofferenza.

Alle labbra della ragazza giunse l’amaro sapore delle gocce, incominciò a sfiorare con tenerezza il viso di Aurelio, fino a che le sgradevoli stille cessarono, rimase solo il rossore degli occhi ancora lucidi, in quel momento lei gli regalò un sorriso rasserenante, luminoso, tanto sublime che socchiuse gli occhi per poterne scorgere un mezzo. Non trascorsero pochi istanti che la ragazza gli sfiorò le labbra, lo strinse a sé e si stese su lui, coprendo con le coperte il loro gioco.

Molte volte la discussione iniziava e terminava in questo modo. Le discussioni e i litigi potevano contarsi con le dita di una mano, lo stesso per i pasti, se iniziavano a stuzzicare, finivano per tornare a sollazzarsi sotto le coperte di lana, era una sequenza d’azioni senza possibilità di sbocco, perché ogni qualvolta cambiavano gioco, tornavano allo stesso piacere carnale, così pensarono di iniziare dal letto e finire sul piatto per rifocillarsi -altra passione per entrambi- eppure non scampavano al dolce destino di amarsi perpetuamente per ore e ore.

“ La vita ci sorride, il tempo c’è amico, il denaro non ci serve, meglio di così! ” rispondeva Aurelio ogni volta che la fanciulla domandava degli abiti, in verità non n’aveva bisogno, ed era felice di questo, eppure per smania femminile, cercava di apparire più bella, ed era questa l’unica motivazione valida di litigio, lei chiedeva una vita comune, vestiti, una bella casa, delle amiche; lui cercava l’intimità suprema, poco spazio, niente fronzolo inutili, la solitudine. Entrambi però sapevano che questi erano litigi falsi, azzannarsi in questioni sciocche era il loro divertimento alternativo, in ogni modo, pur iniziando con graffi e ceffi, terminavano in fervidi sollazzi sotto le coltri di spessa e consumata lana.

La loro vita si svolgeva in un triangolo d’azioni molto stretto, in luoghi casuali, nell’acqua, quando si davano alla schiuma e al sapone, sui campi fioriti, nei boschetti e dove l’immaginazione di due amanti giovanissimi poteva arrivare. Per loro trascorrevano giorni, settimane, mesi, anni, decenni, e giunsero alla conclusione che s’amavano da mezzo secolo, in giorno. Controllarono scrupolosamente i calendari, la verità era che si amavano da soli dieci mesi, dieci mesi così serrati, intricati, felici, passati esclusivamente con l’altro, per le loro menti s’erano moltiplicati. Silvia pensò di essere impazzita, Aurelio ribatté dicendo:

« Ci divertiamo tanto insieme, e quando ci si diverte il tempo passa più in fretta! »

« Sì, è vero, ma passa in fretta lui, e ci sembra poco a noi, ma se lui e poco e a noi pare tanto, vuol dire che ci annoiamo, non ti pare? » Aurelio rispose semplicemente:

« E’ così importante per te? Se c’è conferito più tempo, bene, meglio così! » aveva improvvisato la risposta più adatta, che riuscì a convincere la testarda testa della diciassettenne.

Altro dilemma: scordarono la data di nascita e la loro età. Dopo accurate ricerche sul loro corpo, giunsero alla conclusione di avere diciotto anni a testa. In verità lui n’aveva pochi in più, ma lo dimenticò, e fissò il suo compleanno l’11 d’Aprile. Lei lo fissò l’11 di Marzo, così da avere tempo per procurare il regalo di compleanno, che variava di grandezza ogni anno, per Silvia, che non aveva ancora smesso di crescere. Aurelio non chiedeva molto, si limitava a domandare una barretta di cioccolato bianco, o chiedeva alla compagna di preparare la cena, abilità estranea per le capacità di Silvia, che ogni anno, cioè ogni settimana per le loro curiose menti, elaborava una sorta di miscuglio tra carne, pesce, uova e verdura amaramente cruda. E regolarmente, da un mese all’altro – da un giorno all’altro- non ingoiavano neanche una briciola, e raramente assaggiavano l’acqua.

Gli “anni” passavano tra i giochi e sempre più Aurelio si rassegnava all’idea di non poter avere dei figli, ma ancor prima di lui, l’aveva scoperto Silvia, che accolse l’informazione con apparente semplicità, rispondendo al disperato compagno d’essere felice ugualmente, perché con la nascita, sarebbe terminato il periodo dei sollazzi tra le coperte. In verità era lo scudo che la sua stessa mente aveva eretto contro il dolore, cercando di soffocare il grido della tristezza. Lei più di Aurelio, era caduta in un varco d’afflizione, di tormento, d’infelicità. Col passare degli “anni” questo dolore iniziò pian piano a scomparire, e fu sostituito dalla gioia nel sapere che avevano sbagliato i calcoli, supponendo che la gravidanza si manteneva per nove mesi, loro si conoscevano da cinquanta anni, e gli fu così sorprendente l’incalzare degli avvenimenti, la rapidità delle azioni, le gioiose grida dolenti di Silvia, confusero talmente la mente di Aurelio, che rimase in casa di Stefano a meditare, restando solo, nella preoccupazione e nella gioia.

Aurelio pareva una tigre in gabbia, innervosito dall’ansia, pressato dalla preoccupazione, scardinò le porte dalla galera e andò in strada, provando a distogliere la sua attenzione. Prese a correre, camminare, e tornava a precipitarsi, e passeggiava tranquillamente. Giunse a compiere la stessa via diciassette volte, tornando a casa il doppio dei casi, ma qualvolta s’avvicinava, l’ostetrica lacrimante lo scacciava, gridando che non era momento per incontrare sua moglie.

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