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Che ci fate nelle mie terre (Parte IV)

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– Che ci fate nelle mie terre?

– La terra di tutti, signore. Non è giusto che un solo uomo abbia tanto, è ingiusto!

– Non siete voi a decidere cosa sia giusto oppure no…- Albert omise l’irriverenza della giovane donna, avvertiva il bisogno di rilassarsi un momento.

– No, in ogni modo non è leale!

– Rispetto a chi?

– Rispetto a noi poveri! Anche noi abbiamo diritto a possedere qualcosa!

– E’ così, ragazza. Io non ho altro che questo castello. Siete troppo giovane per capire…- l’innocenza della giovane donna gli faceva compassione. Una cittadina di campagnoli analfabeti, come poteva intendere, un’apparente miserabile contadina, cosa avvenne a Parigi e nell’intera Francia, al termine del secolo.

– Di cosa parlate signore? Non vi capisco.

– E’ meglio così, credetemi, è meglio così.

Giunse un minuto d’attesa, per entrambi, che scrutavano l’altro con ammirazione. Albert s’alzò in piedi, cominciò a passeggiare sull’erba, e quando fu abbastanza lontano dalla ragazza, ella lo rincorse, andandogli al lato, accostandosi poco a lui.

– Signore…

– Ancora qui? Vi ho ricordato che non potete stare nella mia proprietà, andate via.

– Ma, se poco fa ha affermato che lei possiede solo questo palazzo?- domandò ignara la donna.

– Io ho comprato il mio palazzo, ho comprato terra sino a quell’albero, ed ogni angolo di terreno ha un albero come confine.

Albert proseguiva verso la quercia impiantata. La ragazza, che ad ogni passo s’accostava sempre più, si guardava le punte dei piedi affondare nell’erba verde, ed evitava di osservare negli occhi l’uomo, tentava di nascondere il suo interesse, eppure era così affascinata, tanto da non riuscire a respirare, per l’ansia e per il pulsare frenetico del petto.

– Non me n’andrò signore, dovrete costringermi a farlo.

– Non lo farò.

I due giunsero all’albero, si sedettero in posti differenti, e restarono così per un ora, un ora intera, lei lo studiava con bramosia, Albert, sdraiato sotto l’ombra, con gli occhi chiusi, si sentì sicuro e s’assopì serenamente.

In sogno gli apparve Colette, vestita con la stessa tunica bianca, coi capelli lunghi, il sorriso sulle labbra, felice. I due si videro, non c’erano dimensioni, Albert, come la defunta, fluttuava in aria, nel cielo azzurro, cercando d’avvicinarsi all’altro.

– Albert, come stai?- gli domandò Colette, seduta nel vuoto.

– Sto male.

– E perché amor mio?

– Mi manchi molto Colette…- rivelò Albert, la ragazza gli strinse la mano, sorrise e l’accarezzò ancora, poi con rassegnazione proferì:

– Lo so Albert… manchi molto anche a me. Ma, cerca di dimenticare.

– Come potrei? Come posso dimenticarti Colette? Tu sei stata tutto, sei divenuta l’unica cosa cara quanto la mia vita. Ed ora, come potrei bruciare l’unico ricordo felice che possiedo?

– Smettila, devi smettere di pensare solo a me. Io ho dimenticato, sono passati due anni, sei giovane, sei vivo, prosegui la tua vita! Non pensare al passato, guarda il presente!- gridò Colette.

– Non posso farlo! Non posso!

– Devi farlo, altrimenti ucciditi! Così saremo insieme di nuovo!- Albert non proferì parola- Io conosco le tue paure, so che temi la morte, quindi vivi, devi vivere di nuovo. E’ l’ultimo favore che ti chiedo, fai contenta tua moglie almeno un ultima volta!

– E come potrei continuare a vivere? Con chi? Con cosa? Dopo la rivoluzione, non è rimasto più niente, solo povertà, solo dolore, solo sangue e rancore. Per che cosa vivo?

– Per lei. Vivi per lei.

D’improvviso, si trovarono accanto alla giovane donna, che s’era accostata al corpo inanimato di Albert, accarezzandogli la chioma e il viso. Colette s’avvicinò, osservò bene e disse:

– E’ molto bella, non trovi?

– Sì, è bella ma…

– Ed è anche buona e dolce, si nota da come ti osserva, da come ti accarezza, sai d’essere amato?

– Io? Ma che dici!

– Lei ti ama.

– Smettila di dire assurdità!- l’affrontò Albert, con serietà. Colette gli sorrise e attese, restarono parecchie ore ad osservare i movimenti soavi e leggiadri della signorina. Albert, divenuto cinico e crudo, sosteneva che la giovanetta l’avrebbe derubato delle poche monete; Colette invece ripeteva che la ragazza lo avrebbe baciato a momenti. E così iniziarono una discussione.

– Sciocco, io conosco bene Christine, non sarebbe mai capace di derubare un uomo, è troppo dolce e buona, il suo animo è candido, è puro, è immacolato. Può compiere gesti baciare, accarezzare e abbracciare. E poi è una ragazza, ha ancora paura di te, sebbene ti conosce da nove mesi.

– Cosa vai blaterando, stupida arpia, stai strepitando assurdità. Io questa ragazza non l’ ho mai vista. Come può amare qualcuno che non conosce?

– Albert, non ricordi d’aver ascoltato passi, d’aver avvertito una mano nella notte, che ti coccolava teneramente?

– Sì, ma credevo d’averlo inventato…

– No, era Christine –il tono di voce era mutato, adesso erano calmi- Ti desidera, ti vuole al suo fianco.

– Io non voglio!

– Non devi volerlo, te lo obbligo io. Ti dono la mia benedizione Albert, svegliati e ama Christine, io non sarò più nei tuoi pensieri, addio.

Albert aprì gli occhi, il sogno terminò per via del bacio di Christine, che si ritirò, imbarazzata e dispiaciuta. L’uomo sbadigliò, stranamente si sentiva contento, risposato, e in bocca, assaporava ancora il sapore delle sue labbra. Un soave carattere, tenero, caldo. Provava felicità, sollievo, come se quell’incubo gli avesse risollevato l’anima, la gioia.

Lui vide che Christine stava voltata, con le mani sul viso, piangeva, lacrimava con dolore. Così Albert si mosse, la prese in braccio e la adagiò su un ramo di un albero, lei rimase impietrita, attese che salisse anche Albert, che s’avvicinò e gli strinse la mano.

– Piangete?

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