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Chiamami Alfieri (ovvero lettera d’amore di un coltivatore di basilico)

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Chiamami Alfieri, non per la potenza delle parole, non per l’aristocratica rappresentazione della debolezza: chiamami Alfieri perché imprudenza e coraggio colorano le mie guance italiane battute dal turbine che sfida le Alpi, trasportando le foglie sul dorso dell’Isar tra salti di schiuma e vapore iridescente.

Lettere, pastrocchi e grazie di cuore ne ho scritti a centinaia, eppure le tue parole hanno cambiato il mio aspetto: io che in terra straniera mi ritrovo ad accordare la gola barbuta ad altri racconti e motivi, che sciolgono i cuori dei volti di perla e li vincono.

Ho scelto il mio Alfieri perché più di tutti ha saputo raccontarmi, ho colto tra tanti la voce più familiare. Lui che neanche trentenne sfidò l’astuzia di un potente inglese per conquistare la sua contessa, io che meno che trentenne sfido la sferzata del gelo per far ascoltare la mia voce al mondo.

Ti vedo passare ogni giorno mentre vai a lavoro e ho ripensato a te con mille sfumature di ricordo.

Una mattina mi proposi di fermarti: stendi la mano e il gioco è fatto, ma ho poi ho preso atto con logica marmorea che l’euforia del momento non allarga l’orizzonte del tuo vocabolario, né le frasi si susseguono con simpatia, il discorso indiretto ed il suo complicatissimo congiuntivo non scioglie i ranghi e i gruppi di parole di certo non prendono posto senza ordini precisi.

Chiamami Alfieri per la mia debole istruzione, non credermi un poeta, sono solo un marinaio d’acqua dolce prigioniero di un mare di parole smobilitate. Tu hai alle spalle migliaia di pretendenti organizzati come cosacchi, oppure cani sciolti addestrati ai Sie e ai du, molto più agili di me nello schivare declinazioni e aggettivi densi di vocali instabili.

Chiamami Alfieri perché ammiro come indossi il tuo cappotto blu di lana senza bottoni: sai essere leggera anche con il freddo pungente, il tuo naso diventa rosso e colora quell’espressione di severità che porti come una fiera divisa.

Ti vedo entrare in negozio come un ambasciatore nelle stanze di una zarina, superando il Suq gremito di tappeti orietali.

Molte volte ho riflettuto sul da farsi ed un giorno mi è balenata l’idea più stramba: entra in negozio, compra qualcosa a caso e parlale di te, ma la grigia e limpida verità mi ha assalito con ferocia, ricordandomi che nulla è più sconosciuto ad un coltivatore di basilico degli strumenti dell’eleganza, degli arredi per gli zar e dell’arte del design.

Chiamami Alfieri per la mia conquistata umiltà: la mia stanza raccoglie le poche cose utili alla vita di un sognatore di parole, ho di che scrivere e leggere e non so proprio come decorare un muro così bianco.

Chiamami Alfieri anche se con le parole non sono così bravo: scrivere è più semplice, mi è più naturale. Ti vedo passare ogni giorno tra le vetrine del pasticcere turco e di parole vorrei dirtene davvero tante. Amo sbirciare dietro l’angolo dell’antiquario sperando di vederti, aspettare la pausa pranzo e sperare che passando per là tu colga il mio sguardo sognante.

Chiamami Alfieri e non pensare che sia uno scherzo: ho colto un fiore di basilico appena sbocciato dalla mia pianta più ribelle. Le acque limpide dell’Isar nascondono tante strane storie e tante ne imparano ogni giorno, ma nella mia vita di coltivatore mai avevo visto sbocciare una pianta aromatica in novembre. Il novembre qui in Baviera sa essere crudele come il tempo di imparare, che mi imprigiona nell’anonimato lontano dai tuoi Liebling e dai tuoi Schatzi.

Chiamami Alfieri perché sconfiggerò il mio mutismo forzato: ho scritto questa lettera per vincere il tuo cuore, come direbbe un bavarese azzimato. Nobile come sei d’aspetto, potresti essere sposa del principe Ludwig ed io potrei non saperlo. Ho diritto alla sfida, avrò certo più da guadagnare che da perdere!

Chiamami Alfieri per la mia impertinenza: saprò amarti come il mio rampante basilico ama il suo novembre bavarese, mescolando il coraggio all’imprudenza.

Ho sempre pensato
che ogni età avesse la sua favola
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