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Chiesi a Livio come fosse una corteccia di rovere della sua bella Italia

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Chiesi a Livio di parlarmi d’amore un giorno, passeggiando per il cimitero di Salisburgo tra brevi cancellate in ferro battuto e pietre fredde incise come caldo legno. Ginocchia sulla terra fredda di novembre, Livio cantava Il cielo in una stanza e strofinava i marmi con una pezza umida, spazzava foglie e salutava con un segno della croce ogni abitante addormentato delle tombe.

Chiesi a Livio come avesse voglia di cantare in un cimitero. Mi rispose che c’era già abbastanza tristezza in un cimitero per non cantare. Poi nessuno poteva lamentarsi della sua voce, non c’era mai anima viva da quelle parti.

Chiesi a Livio perché un bambinone cresciuto coi capelli neri come i tizzoni si ritrovasse a pulire le tombe del cimitero di Salisburgo, dove di nero c’è solo il caffè ed il cioccolato della Sachertorte. L’umorismo gli mancò, attese di capire bene ed esclamò con decisione un doppio Ja, unica parola che ripeteva con sicurezza nel suo tedesco stentato.

Mi raccontò di essere venuto per caso in Austria, che non aveva idea che Mozart avesse detto i suoi primi Ja come lui nella stessa città, o forse qualcosa che somigliasse ad un sì per un bimbo. Era sicuro di voler andare via dalle sue colline verdi di ulivi e macchiati di giallo dalle ginestre, ma prese un aero qualsiasi.

Dalle sue parti di amici ne aveva a bizzeffe, una ragazza bellissima e dei bravi genitori: dove voltava lo sguardo qualcuno aveva qualcosa da raccontare, tutti sapevano che sapeva ascoltare e che sapeva trovare le parole giuste per rispondere alle domande più complicate. Non poteva restare, Livio rispose così ma a me non bastò.

Chiesi a Livio di raccontarmi del suo grande amore, della sua bella fidanzata e di come l’aveva conquistata e poi perduta e le sue sopracciglia cambiarono forma: si fecero due versanti di montagna, il naso un fiume rosa che li divideva. Disse risoluto che l’amore ha troppi significati per essere capito tutti i giorni e tutte le volte che se ne parla. Una cosa però si capisce subito: quando non smetti di guardare una ragazza per più di un minuto senza sentire gli occhi che bruciano, allora quello è amore.

Chiesi a Livio di raccontarmi la prima volta che i suoi occhi bruciarono e la sua fronte tornò ad essere un campo di girasoli a mezzogiorno. La prima volta che la vide non riuscì a chiudere gli occhi per tanti di quei minuti che neanche se ne accorse, ma si fecero sentire subito dopo, tanto che dovette andare in bagno a sciacquarsi le palpebre. Lei non si accorse di nulla, né per tutti i giorni a seguire in cui le spedizioni in bagno per gli occhi divennero frequenti e necessarie.

Chiesi a Livio come fece a diventare il suo grande amore se neanche lo guardava e lui chiarì che il coraggio può cambiare tutto all’improvviso, che lui non era un uomo saggio, ma questa lezione la imparò proprio quando rivolse la parola a Chiara per la prima volta. Non la dimenticò neanche nei giorni successivi, quando credeva non di essere ascoltato ma continuava a chiedere di lei, che colori preferisse vedere a ritorno da scuola, che odori adorasse appena sveglia.

Chiesi a Livio di proseguire, ma preferì farmi aspettare e dopo aver strizzato la pezza troppo umida, risolse dicendo che imparò ad amarlo piano piano, che il loro fu un amore sincero e potente come la corteccia della quercia rovere, ma che non tutto può essere raccontato con le parole sbagliate, che non sempre si capisce tutto di quello che esce dalle labbra. Decisi di cambiare discorso per il momento.

Chiesi allora a Livio come fosse arrivato a Salisburgo e lui raccontò che capitò in aeroporto per accogliere un parente lontano, che aveva compiuto l’età giusta per vivere la settimana prima e che lo zio Giancarlo era venuto da Milano per la grande festa. Continuò parlando di un biglietto per terra vicino alla macchina del caffè Nespresso, di quelli che hanno i codici a quadratini sul lato, che in quel momento pensò a mille cose tutte insieme ma l’immagine più fresca era il colore delle nuvole tagliate dall’ala dell’aereo.

Il mondo di terra non voleva proprio dargli retta: doveva afferrare il cielo con un palmo per sentirsi a casa sua, doveva fare come la femmina del ragno – se l’angolo che hai trovato non è il migliore per fare la tua tela, allora devi farne un altro in un altro angolo o muori di fame. Senza pensare ad altro prese il biglietto e passò tra i tornelli del volo EW1455 senza destare i sospetti degli Stuart, che parlavano di uno sciopero tutti sommessi e se il biglietto ti lascia passare allora è tutto apposto.

Chiesi a Livio perché il suo amore era finito e lui mi guardò stupito, come se non avessi capito le sue parole, ma sorrise e continuò ad armeggiare con spugna e pezze umide canticchiando che questa stanza non ha più pareti, ma alberi infiniti.

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