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Fuori città un sentiero

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Giunsero fuori città, presero a passeggiare per un sentiero, inoltrandosi nei prati. Le sottili e affilate lame dell’erba, solleticavano i piedi nudi dei ragazzi, che continuavano instancabilmente a giocare. Alla fine, stanchi e affamati, si sdraiarono sul manto morbido e freddo; si strinsero le mani, avvertirono il gelo del giuramento all’altare, e la ragazza, rimuginando quei momenti, sospirò e rise. Aurelio parve sbigottito, la sua risata, appariva più luminosa del sole, vederla nel sorriso, lo confortava, sperava che quel brutto periodo fosse sepolto sotto un amore, somigliante più ad un infatuazione tra fanciulli, per la mancanza di sacrificio nelle bene dell’altro. “Parlare a vanvera è sempre stato il passatempo preferito di chi non ama realmente!” si giustificava sia agli altri sia a sé, Aurelio. “Non c’è bisogno di ammazzarsi per l’altro, per far capire quanto sia ama qualcuno!” si difendeva la ragazza, molto concreta per le discussioni con altri interlocutori.

Silvia prese a ridere tra le braccia del marito, lui l’accarezzò sulla testa e domandò:

« Ti faccio ridere?

« Mi fai ridere continuamente, amore mio.

« E perché?

« Si ride quando si è felici, ed io sono contentissima… specialmente quando ripenso al nostro matrimonio…

« A cosa in particolare? » chiese Aurelio, ormai stufo d’esser preso in giro per la sua leggerezza. Silvia conosceva i punti deboli del ragazzo, uno era l’essere impacciato in situazioni calme. E lei lo provocava amorevolmente, col riso e con gli abbracci. Aurelio incrociò le sopracciglia, presero una traiettoria convergente, e le sue labbra si serrarono, si voltò e diede le spalle alla moglie, che rispose alla domanda precedente.

« Ripenso a quando hai cercato di prendermi in braccio… e siamo caduti dal ponte… mentre tornavamo a casa… infradiciati, sudici di melma e fango… » ogni intermezzo era una risata, fino a che notò le spalle di Aurelio, lo fece voltare e si sedette sul suo ventre, lui piegò le ginocchia, e Silvia ci poggiò la schiena, rimanendo ritta per accarezzargli i capelli.

« Te la prendi sempre!

« Sai che mi fai innervosire così!

« Sei un fessacchiotto, io devo spronarti a crescere, altrimenti, che moglie sarei! » si osservò la vera d’argento semplicissima, scrutò negli occhi del ragazzo e rivelò:

« Ora, io e te siamo sposati sul serio, abbiamo anche avuto un figlio… possiamo dire di essere due sposi maturi!

« Presuntuosa! Nella vita non si è mai maturi abbastanza… e poi che cosa c’entra, prima non eravamo sposati sul serio?

« Non ti credevo…

« Ah, complimenti! » la rimproverò Aurelio. Silvia gli sorrise e rivelò:

« All’inizio non ti credevo così fedele, ma ora, poco alla volta, credo di potermi fidare! » il tono sufficiente e arrogante di Silvia, fece scattare Aurelio, che la strinse a sé con forza e la baciò, gli tolse le vesti, si svestì a sua volta, al primo sorriso ribatté:

« Fai bene! » Silvia non si lasciò sfuggire l’occasione.

Fu sera e giacevano sull’erba impregnata di gelida e umida rugiada, che s’era posata come le tenebre sulle affilatissime lamine di vita, lievi e intricate; tanto che i due amanti furono costretti ad indossare gli abiti, per proteggersi dal freddo e dal prurito. L’idea di tornare non li sfiorò per un istante, quella solitudine li lusingava, e loro ronfavano come gatti, in braccio alla desolazione e al silenzio profondo. Talvolta la quiete era rotta dal cicalio della ragazza, estasiata da tanta soave tranquillità, ora si liberava di tutte le sue ipotesi assurde, di ogni vaga e folle idea gli era balenata in capo, di ogni timore verso l’esterno, e su questo, solamente in quel momento, il marito osò proferir parola.

« Aurelio, a volte penso a noi, e alla non curanza dell’esterno che abbiamo.

« L’esterno è violenza, l’esterno è odio amor mio, l’interno p dolcezza, l’interno è pace, noi siamo l’amore. L’odio non ha fine, l’amore invece l’ ha, non voglio sprecare la mia vita inseguendo utopie umanistiche, perché sarebbe come gettare un intera esistenza nelle fiamme.

« So cosa pensi a riguardo, ma non parlo di questo, io mi chiedo se sia giusto così… non ne sono molto sicura… pensa a nostro figlio, se fosse vissuto, sarebbe nato nell’oscurità, sarebbe campato nel silenzio, sarebbe morto nell’ombra. Ecco cosa avrebbe comportato la nostra condotta egoista.

« Ebbene? Tu credi in Dio, giusto? Ci credi anche più di me! Dio ti ha concesso la vita, a te spetta godertela, divertirti, vivere serve a questo, non credi?

« No.

« So che la pensiamo in modi diversi, io e te, ma non voglio litigare per una questione simile!» Troncò il discorso stringendosi alla moglie, lei appassì tra le braccia di Aurelio, irritata e stanca, decise di dormire, così sfiorò un labbro del marito, si rannicchiò e chiuse gli occhi, col nodo alla gola delle prime lagrime di sconforto e di dispiacere. Aurelio non se n’accorse, sia perché lei non emetteva versi, sia perché era sfinito almeno quanto la moglie. Dopo attimi di osservazione, lo amareggiò tanto, che baciò la giovane donna sulla testa, prese a cullarla e a confortarla, chiedendo scusa mille volte.

« Scusami… scusami tanto… facciamo pace?

« No! Sei cattivo! » poco dopo, per tutta la pianura echeggiò la risata della donna, stuzzicata da un irrefrenabile solletico sotto le braccia, che si smorzò poco alla volta, nel rumore dei baci sulle guance. Il finale era tipicamente ripetitivo, ma stavolta, terminarono nel sonno profondo.

Desti, entrambi decisero di passeggiare verso casa, tuttavia desideravano non rientrare in quel caldo buio, anche se amavano il loro nido d’amore, camminando, trovarono in loro, la voglia di restare fuori, ancora brezza pura, al tepore dei raggi, all’infuocato mezzogiorno, alla dolcezza del tramonto, un dipinto rosa, arancio e azzurro, pennellato col tempo e la febbre dell’aria; alle sfumature del crepuscolo cobalto, azzurro; le dolci tenebre, le nubi grigio scuro, il bagliore della falce, e delle lucciole lontane, accostate ad essa, impresse nel manto notturno, come in una gran tela. Ogni odore o suono, la rugiada, la freschezza dell’alba, il brusio incessante delle rondini, al crepuscolo, dei demoni alati, alla notte; l’insieme, ora scatenava nei compagni nuova energia, vitalità, e qualvolta non erano impegnati a giocare, lasciavano il tempo al tempo, e si sdraiavano vicini per osservare, per studiare ogni minima sfumatura, ogni metamorfosi del paesaggio, fino a addormentarsi sull’erba dei prati verde chiaro, rigogliosi e stuzzicanti.

Avevano preso il vizio di non adoperare scarpe mentre si davano all’affetto, né d’indossare abiti, d’altronde non avevano una motivazione per farlo, si giustificavano semplicemente:

« Potremmo anche metterli, ad ogni modo, a fine giornata li togliamo ».

Un prato sterminato, perpetuamente tenero e prospero, divenne il loro secondo nido d’amore. Avevano ciò che cercavano, la solitudine, il gelo e il tepore, la presenza dell’altro. Per il resto, non vi era problema, mangiavano ciò che potevano derubare; da una sorgente, di una boschetto appartato, riuscivano a trarre sia acqua, sia freschezza – erano soliti lavarsi ogni cambio paesaggio – sia piacere. Spesso rimanevano in acqua, a discutere, a giocare, a ridere, a litigare, quando ne capitava l’occasione buona. Trascorsero “settimane” intere in quei luoghi desolati, senza sentire il bisogno di tornare al primo nido d’amore.

Fu in una notte che a Silvia venne in mente quell’idea, quel desiderio di un sapere mai svelato. Attese a liberarsi, conosceva il rifiuto del marito verso quel passato dimenticato, sapeva di arrecargli dolore, la sofferenza odiata tanto nei primi giorni, che aveva segnato il suo animo e il suo carattere, ed ora, Aurelio era realmente felice, come avrebbe potuto confessare il suo passato, se lui voleva dimenticarlo? Eppure Silvia desiderava conoscere i tempi passati con una moglie apparente, compagna solo di nome, in verità, come Aurelio aveva lasciato detto, Flavia era la promessa di lui. Non s’erano mai sposati, n’avevano sola mente steso il progetto, ed era pronto per l’innesco di un amore forse anche migliore del loro, ma Flavia preferì fuggire. Come, quando, con chi e per quale ragione,Aurelio non l’aveva mai confessato: sarebbe emerso di nuovo un arcano rancore verso il prossimo; così, per evitare litigi, egli aveva dato per scontata la questione.

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