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Hai trovato pace anima errante?

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– Hai trovato pace anima errante?

– Sì.

– Livia, non ti ho permesso di farlo…

– Ebbene? Ne ho tutto il diritto, comando io qui! Ora coccolami e taci, o ti spedisco a letto senza cena!

– Come potresti? Cucino io!

– Dettagli amore mio, sono solo dettagli!- dichiara con superiorità Livia. Io le bacio la testa e inizio a bagnargli i capelli, insaponandogli le spalle, la schiena, le braccia, il petto, i fianchi. Livia, abbattuta dall’estasi della dolcezza, socchiude gli occhi, lascia rilassare ogni muscolo, pare svuotata della sua energia, sembra addormentata, ascolta e mugugna la melodia lieve che proviene dall’ingresso; interamente assorta nella tenera aura che vibra in casa, dagli odori, o dalle percezioni tangibili, Livia incomincia a ronfare, come fosse una gatta, prende a fare le fusa, m’osserva, sorride, io gl’accarezzo i capelli fradici.

– Usciamo?

– No… sto troppo bene così…- risponde con tono fiacco e calante.

– Voglio parlare un poco. Vuoi?

– Ah ah. Di cosa?- mi domanda.

– stare qui con me, ti ricorda qualcosa?

– Sì l’ ho detto.

– Ebbene? A cosa ti fa pensare?

– Al nostro viaggio di nozze.

– Alla nostra fuga vorrai dire! Siamo scappati…- esclamo io, Livia mi sorride, esce dalla vasca, indossa l’accappatoio, ne cerca un secondo, afferra l’altro, si siede sul bordo della vasca, poggia i gomiti sulle ginocchia.

– Quanti anni avevamo?

– Amore, quanti ne hai ora?

– Venti.

– Quanti anni potevamo avere se siamo sposati da un anno?- la ragazza è confusa, mi guarda, cerca di sorvolare occupandosi della propria chioma- Diciannove.

– Lo sapevo anche da me, è inutile che… d’accordo, penso ad altro!

– A cosa?

– Mi è tornato in mente… la nostra prima notte…

– Abbiamo dormito in mezzo ad un campo, una specie di prateria… e vicino c’era un boschetto, con un ruscello, e rubavamo la frutta dagli alberi di tuo padre…- ghigno, ripensando a quei giorni, Livia mi sorride, eppure riflette senza ascoltare- Ha scoperto che i ladri eravamo noi, ha scoperto che c’eravamo sposati, t’ ha picchiata, e ti ha proibito di vedermi…

– Già…- spruzzo un goccio d’acqua contro Livia, lei si sveglia, si scusa, e s’avvicina- non tornerò più da mio padre, non ho più bisogno di un degenerato.

– Non dire così Livia!- il mio rimprovero lo scuote, m’osserva perplessa, stringe la mia mano e ci struscia la guancia, la bacia, la morde con dolcezza, e si lamenta:

– Non può un padre decidere del futuro di suo figlio, mi pare d’essere Giulietta!

– Io sono Romeo, non ti sta bene?

– No! La storia finisce male… – si calma, sorride e mi domanda:

– Posso cucinare io stavolta?

– Hai deciso di vivere con me per usarmi come cavia dei tuoi efferati esperimenti culinari?

– Cattivo! Mi hai scocciato con le tue battute! Cucina tu allora!

– Infatti, cucino io. Non voglio morire prima del dovuto!- Livia si volta, esce battendo i piedi a terra, io sorrido, l’inseguo fino allo stipite del bagno, l’abbraccio di forza e sussurro lievemente al suo orecchio:

– Certo che puoi, questa è casa tua ora, non devi chiedere il mio permesso…- si volta, ride con allegria, mi sfiora le labbra, bisbiglia “grazie” e corre verso la cucina.

Io ascolto il soave canto di mia moglie, il fragore delle posate, dei piatti, il sibilo del fornello, lo scoppio rapidissimo della scintilla, percepisco lo scivolare delle pantofole di Livia sul parquet, giunge al giradischi, cambia disco, avvia e torna alla sua occupazione. M’asciugo, torno all’ingresso senza abiti –accidentalmente mia moglie afferra l’accappatoio e lo rimette al suo posto- Livia mi squadra da capo a piedi, io torno a letto, apro un cassetto ed estraggo dei pantaloni e una maglia dal mucchio accartocciato di abiti.

– Potevi restare nudo amore mio, io non mi vergogno di certo!- esclama Livia.

– La prossima volta…- ribatto con sicurezza.

– Sarebbe ora che piegassi tutti quegl’abiti, dopo ti aiuto io, almeno questo lo so fare a differenza delle tue ipotesi!- era un’accusa indiretta, io m’avvicino, snodo la cinta della vestaglia, la faccio voltare e la bacio, sollevandola dai fianchi; Livia s’arrampica su di me, incrocia i polsi dietro la mia nuca, le gambe avvolte alle mie anche, l’accappatoio le scivola, io la sorreggo per le gambe. Rimaniamo qualche minuto a sollazzarci, Livia lentamente s’allontana da me, scende, mi sfiora sulla guancia e bisbiglia:

– Non ora…- raccoglie la vestaglia, l’indossa, io mi dirigo a letto, attendo il segnale e mi siedo a tavola.

Terminato di pranzare, ci dirigiamo a letto. Livia prende a narrare altri particolari dimenticati dei suoi sogni: Livia conosce ciò che accade, durante il giorno afferma d’avere notizia del passato d’ogni persona, racconta la vita d’Aurelio, di Flavia, esponendo i minimi particolari. Io resto ad ascoltarla, l’ammiro sorridendo e lei mi risponde allo stesso modo.

 

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