I due

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« Ehi, che ti prende?

« Niente…

« C’è qualcosa che devi dirmi? Mi sembri nervoso… »

« No! »

I due interlocutori troncarono il discorso, proseguirono fino al termine della strada. Una via costeggiata da palazzi decadenti, punteggiata e devastata dalla desolazione, a tratti invasa dall’etera morta, bruciata dal gelo. Il freddo intenso aveva raso al suolo campagne, prati, giardini, alberi, persino i muschi, avevano perso il loro fresco verde acceso, ed ora giacevano dilaniati, dall’una e dall’altra parte della lamina di ghiaccio affilatissima, che poggiava sull’acqua delle fontane. Anch’esse erano morte, l’acqua all’interno s’era solidificata tanto prima quanto dopo l’evento. Era nevicato incessantemente dalla piena del giovedì 14, al plenilunio del giovedì 28. Le fronde dapprima bianche -come le piazze, i tetti, i davanzali- innevate, candide, adesso erano cadute dalla stanchezza. La stessa debolezza che teneva spente le luci anche la notte, nei lampioni, nelle case.

« E’ notte oramai, direi di tornare, amico mio.

« Facciamo un altro giro.

« Non la capisco proprio questa tua avversione al riposo.

« Non è momento di spiegazioni.

« Sì invece, non ho mai saputo nulla di te.

« Così è bene che sia, taci ora…

I due uomini percorrevano a grandi passi le desolate vie, coperti da spessi pastrani, coppole di lana, stivali di cuoio. Vestivano allo stesso modo, come tutti i sopravvissuti alla gelata, per evitare quanto più il pungente inverno giunto in anticipo. D’improvviso videro una luce, un fioco spiraglio rosso-arancio, pian piano s’affievolì, sino a sparire. I due uomini s’insospettirono, giunsero più in fondo al vicolo cieco, s’accorsero dell’accaduto con amarezza, rigettando per l’orribile veduta: un uomo s’era arso cospargendosi d’olio da lampada, ancora sul suo ventre c’erano tracce, scure macchie grasse, che emanavano un odore ripugnante, misto all’alone sgradevole della carne arsa.

I due, poco esperti, videro un segno di vita nella carcassa, muoveva le pupille grondanti di lacrime, che scivolavano nelle scanalature della pelle carbonizzata, a tratti ancora rosso sangue, che lentamente scivolava e gelava, in strazianti mugugni, un dolore atroce, uno scena raccapricciante, che mise in guardia i ragazzi, e gli fece vomitare l’anima, e la coscienza li distolse dal freddo, e gli raggelò il cuore, tanto che per la pena, diede la forza e il coraggio di uccidere l’uomo, scagliandogli il ferro pesante della lanterna infranta. Il cadavere trovò pace, secondo le loro teorie, si spense chiudendo ciò che restava delle palpebre.

« Devi dare degna sepoltura a quest’uomo, non puoi lasciarlo in balia delle bestie!

« La terra è ghiacciata, non bastano i badili…

« La tua compassione è solo rabbia, sei un ipocrita!

« Forse non hai tutti i torti, avanti torniamo »

S’incamminarono. Giunti ad un bivio svoltarono per strade differenti, salutandosi col braccio.

L’assassino prese a temere se stesso, pentendosi del precedente omicidio in buona fede. Eppure il rimorso lo abbandonò immediatamente. Fu preso da altre preoccupazioni, una voce, un grido, e comparve una donna, anch’essa semi arsa viva, che muoveva gli occhi in modo irregolare, senza batter ciglio, evidentemente era cieca. Muoveva a casaccio, strisciando, riuscì ad alzarsi, si gettò sul ragazzo, implorando, farfugliando parole sconclusionate. Poco dopo, la foga si placò, sputò per terra un liquido tra a bava e sangue, tastò il viso del giovane ragazzo, sorrise, lo strinse con energia.

« Vi prego aiutatemi, vi scongiuro…

« Venite, vi porto al caldo…

« No, avete frainteso… non aiutate me, io non ne ho più bisogno… » la donna indicò la casa aperta, cadde, il ragazzo la fece sedere contro la porta, lei continuò « Io non ho bisogno d’essere salvata, sono già condannata… salvate mio figlio, è dentro, nella culla… salvate lui, vi prego! » il ragazzo fu preso da pena, da compassione sincera, entrò con rapidità, vide la culla, ci pose l’occhio: c’era una bambino immobile, ancora avvolto nelle coperte di lana spessa, pareva in buona salute, ma dopo pochi attimi, il ragazzo vide il ventre del neonato restare come l’aveva visto appena entrato, immobile, indifferente anche al freddo, al tremolio. Il giovinetto fu preso dalle lacrime, dalla pietà, rifletté: “ Quale divinità potrebbe permettere tanto orrore? ” si piegò sulla culla, coprì il bimbo completamente, lasciando cadere una lacrima sulla pallida fronte del piccolo. Decise di rincuorare la madre, così si riaccostò alla giovane donna, gli strinse la mano e disse, trattenendo le lagrime:

« Avrò cura io del piccolo, non temete per lui.

« Vi ringrazio infinitamente, ma ora, vi chiedo solo un ultimo sacrificio, signore…

« Dite, qualunque cosa…

« Vorrei morire tra le vostre braccia… » il ragazzo si lasciò abbracciare, accarezzò dolcemente la chioma della donna; lei chiuse gli occhi, sospirò e sorrise per l’ultima volta, riuscì a baciare la guancia del fanciullo, e dopo pochi attimi, avvertì per la prima e l’ennesima volta, un sincero calore, quasi timidezza, che gli arrossò le guance, che la fece spirare in serenità.

Il giovane uomo ritrovò la pietà, dopo molte, passate sofferenze, in una maniera dolorosa, che mai più gli avrebbe fatto scordare quell’amarezza, quella crudeltà.

Prese il cadavere, entrò in casa e lo adagiò sul letto della camera, coprì la graziosa donna con le lenzuola e portò il bimbo accanto a lei, chiuse la porta. Proseguì la strada, sperando di non incappare in altre sofferenze.

Incontrò molti cadaveri, alcuni carbonizzati, altri congelati vivi. Molti erano per le strade, il ragazzo ipotizzò che cercassero di trafugare: “ sfruttano lo scompiglio per saccheggiare i vermi! ”.

Il ragazzo giunse fin sotto il portone di casa, entrò nell’atrio, stette per salire la prima rampa di scale, quando inciampò, e cadde battendo il mento. Bestemmiò chissà quale nume, voltò il capo nello stretto vestibolo a destra, si girò a sinistra, c’era una porta aperta, la spalancò, e vide, c’era del fumo, un vapore soffocante, proveniva dalla stanza dopo. S’ precipitò, la porta era chiusa da dentro, così sferrò una spallata poderosa, scardinando l’imposta già distrutta. C’era fuoco ovunque, divampava rapidamente, e velocemente si ritirava per l’umidità del legno, delle stoffe. Frugò tra le fiamme, doveva esserci un uomo che l’aveva appiccato, e la trovò, una ragazza molto giovane. La prese in braccio e la portò fuori delle fiamme, che morirono poco dopo; l’uomo cercò di farla rinvenire, respirava debolmente, era pallida, gelida, le estremità delle dita perdevano colore, il suo fiato s’affievoliva; il ragazzo decise di condurla fino alla sua camera, così ce la portò, in mansarda. Quella era la stanza, molto stretta, col soffitto che scendeva verso la finestra, chiusa e sigillata con tavole di legno; per salire in soffitta, c’era una scala di legno, arrivato la ritirò, e coprì anche questa con una palanca di legno.

Con dei movimenti incerti e impulsivi, riuscì ad avvolgere la giovane ragazza nelle coperte che utilizzava per dormire, poi pensò di adoperare una sorta di caminetto da lui ideato ed eseguito: una metà di un secchio di ferro, poggiata su un grezzo strato di metallo -in verità era una toppa qualunque del muro, tuttavia preferiva chiamarla “caminetto”- afferrò un groviglio di listelli, segatura, carta, e ciò che aveva portata per accendere un piccolo falò. S’accinse a svestire la ragazza, prese quelle coperte e le avvicinò al fuoco, adagiandole sulla lamina del secchio; gli sfilò le scarpe, la veste, il cappotto, le calze, non gli lasciò nulla d’umido indosso, ella pareva morta, eppure un leggero soffio, un alito di vita, il suo naso era ancora impegnato in una respirazione lieve. Così il giovane prese le coperte, l’avvolse completamente, incartata da calde coperte di lana, se la poggiò tra le gambe, abbracciandola per la pancia, e gli alitava nelle orecchie, come per farla svegliare con un brivido, sapeva che era inutile, lei era svenuta, eppure proseguiva, evidentemente era preso dall’istinto, tanto da lasciarsi trasportare; con le mani la vezzeggiava con carezze, a volte più veloci, più energiche, per scaldare l’immacolata, liscia e gelida pelle della giovinetta.

Il fuoco non terminò di crepitare, era sempre vivo, sfamato da robusti rami d’olivo, secchi e asciutti. Il ragazzo prese il sonno senza accorgersi, e in quel lasso, la fanciulla aprì delicatamente gli occhi, vide la stanza, guardò la brace, ma non si spostò di là, quel calore era estasiante, soave, così guardò il ragazzo, si rannicchiò tra le sue braccia e cercò di dormire ancora.  Ci riuscì, prese il sonno e si destò molte ore dopo, il mattino.

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