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Invocando Dio

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Aurelio prese ad agitarsi ancora, invocando Dio di rendere un uomo fortunato, rimasto tante volte vittima della propria disgrazia. Si sedette accidentalmente su una panchina, prese a pensare a un dettaglio fondamentale:

« Tanto tempo abbiamo avuto, e mai abbiamo pensato ad un nome per la creatura! Che sciocchi!

Non ebbe dubbi che il piccolo si sarebbe chiamato come sua madre, qualora fosse stata femmina, in altro modo avrebbe deciso Silvia, così si recò a casa, intenzionato a vedere sua moglie e il figlio.

Per strada, eccitato e straordinariamente pieno di gioia, ebbe l’impressione di essere un estraneo, in una città dove nessuno ti prestava ascolto, ove tutti gridavano inutilmente, ignorati dai passanti indifferenti, e il ragazzo ringraziò di non avervi mai partecipato, a quella danza di mancata solidarietà, di indifferenza, di rifiuto verso la moltitudine di miserabili mendicanti, che erravano per le strade chiedendo debolmente del denaro. Aurelio, che conosceva le loro condizioni, essendoci nato, vissuto, e previde di morirci, donò ogni moneta, spartendola equamente con ognuno.

L’ansia era troppo forte, e lo opprimeva istante per istante, si precipitò a casa e trovò sua moglie, che piangeva, assistita dall’ostetrica, sostenuta con parole incoraggianti. Lui non intese l’orrenda notizia che settimane dopo, queste reali, a casa dell’amico, da sua moglie stessa, tornata a riprenderlo. La trovò molto affaticata, stanca, pallida, molto magra, e malinconica. Passeggiarono per ore, senza parlare, senza fermarsi un momento, tenendosi strette le mani.

L’unico gesto che aiutò e sostenne Silvia fu il comparire perpetuo di un sorriso caloroso, di uno sguardo vivace, dell’allegria che avevano entrambi prima. D’improvviso, Silvia si fermò, strinse a sé il compagno, che chiese dolcemente:

« Perché abbiamo camminato così tanto?

« Volevo tenerti per mano, sei l’unica cosa che mi rimane…

« A proposito…» non l’ascoltò « non ho ancora visto il piccolo, a chi assomiglia? Sta bene?

L’incalzante successione di domande senza risposta resero l’atmosfera cupa, fredda, e la vivacità di Aurelio si spense come una candela davanti bora, accarezzò il viso di Silvia, avendo conferma di ciò che lo tormentava dalla visita a casa i giorni prima, dalla mancanza di notizie, non avevano parlato di nulla nella passeggiata, dalla tristezza della ragazza, e dal fatto che non l’aveva subito condotto a vedere il piccolo. Il bambino non era mai nato.

« Silvia… è morto? » le scie nera invasero e devastarono i volti di entrambi, che si osservarono per brevissimi attimi, struggenti istanti, pareva gridassero col cuore, urlassero, bestemmiassero ogni sorta di divinità, e l’accenno della testa di Silvia affermò il doloroso giudizio divino. Fu il segnale, s’abbracciarono con energia, versando lacrime nere, stille di sangue, che riversarono sull’erba, colorandola e dipingendola di un purpureo dispiacere.

Fu un duro colpo per i due giovinetti, che avevano provato ad essere adulti prima del dovuto, anche se alcune circostanze avevano costretto Aurelio a maturare più in fretta, restavano ancora due giovani ragazzi infatuati che trascorrevano il tempo a coccolarsi in un creato irreale e assurdo, in cui l’importanza non era fissa su nulla, né sul cibo, né sul denaro, ad entrambi stava a cuore la presenza del compagno, l’unica presenza materiale doveva essere il calore, il crepitio del fuoco, il lieve odore di legno bruciato, il desiderio di assopirsi sotto le coperte di lana. Avevano ciò che li placava, avevano la giovinezza, avevano l’intimità, avevano la libertà, potevano giocare ad amarsi, questo gli bastava per seguitare a vivere nel tormento, nella sofferenza e nel rimpianto.

Non trovarono pace per i primi “mesi”, che trascorrevano nell’amaro sapore delle oscure lagrime di sangue, stillanti dagli occhi, calavano sino al petto nudo d’entrambi, e lasciavano i sali amari su ogni lembo toccato, terminando col morire atrocemente nella debolezza accumulata.

Passate alcune reali settimane, il supplizio parve diminuire gradualmente, le ferite si cicatrizzavano, la loro pelle assumeva un colorito più comune, roseo, perennemente accaldato, liscio, e i loro animi e umori ridotti a brandelli dalla furia della disperazione, del dolore, tentavano di ricostituirsi, e i loro sguardi perpetuamente lucidi, trovarono pace e serenità, il calore tanto cercato, e tutto era spinto alla leggiadria, sollecitato dalla vicinanza, dalla complicità dei loro gesti smielati, dall’incessante alito che solleticava il collo con intermittenza regolare, dalle delicate e sottili dita che accarezzavano lievemente, solleticando. Così le loro piacevoli coccole, i loro dolci baci imperituri, sollevarono il morale sino a far desiderare di fuggire da quel luogo carico di pianto, tanto amato eppure tanto odiato, e per un giorno, provarono a trascorrere il tempo all’aperto, alla freschezza del mattino albeggiante.

« Silvia… avanti svegliati… » sussurrò all’orecchio dell’addormentata, Aurelio, che s’era vestito con dei pantaloni scuri, degli stivali, e si sciacquava più volte il petto, il viso, le braccia, in un catino d’acqua tiepida. Silvia non si mosse, anche se sveglia, seguitò a ronfare sotto le coltri di spessa lana intrecciata in disegni complessi di vari colori – erano i brandelli delle vecchie coperte, che pazientemente Silvia ricostruiva, ricamava e decorava, sue doti eminenti – arruffate con cura.

Silvia mugugnò un poco, Aurelio si accasciò accanto a lei, gli accarezzò il viso e bisbigliò:

« Allora? Avanti, alzati…

« Ho sonno! Lasciami stare! » borbottò la ragazza coprendosi meglio. Aurelio iniziò a solleticargli i piedi, la ragazza prese a smaniare, a ridere pregando di lasciarla in pace, lui smise, l’afferrò di peso, l’infradiciò con acqua tiepida, l’avvolse nelle coperte ed incominciò a scuoterla per asciugarla. Silvia rideva, Aurelio cercava di affrettarla. Dopo molto, la ragazza svincolò la testa, poggiò le mani sulle spalle del compagno e s’avvicinò a lui, baciandolo dolcemente, gli sorrise e sospirò, Aurelio gli domandò s’era ancora intenzionata ad uscire, lei rispose.

« Sì, ma non affrettare i tempi, una cosa alla volta… sai quanto sono pigra! »

« Io sono pigro quanto te, ma…

« Forza, oggi se tu lo schiavetto! » Aurelio vestì la compagna con dei pantaloni spessi color verde scuro e una sottile camicetta gialla. I loro abiti erano molto semplici e a vederli, anche dal loro aspetto malconcio, parevano due mendicanti; l’unica bellezza era il sorriso perpetuamente sfolgorante d’allegria, e la loro complicità nei movimenti, nei giochi, e quando si ricorrevano per i vicoli, e giocavano a nascondersi. In ogni modo finivano per amoreggiare, scambiandosi qualche bacio sfuggente e imbarazzato. Così circolavano per i viottoli, le strade, i corsi già trafficati.

In uno dei tanti svaghi, ad Aurelio spettò di portare la compagna in braccio, sembrava non avesse imbarazzo, Silvia, eppure aveva raccontato in centinaia d’occasioni, di odiare quel gesto affettuoso, lo riteneva umiliante. Adesso, invece, non gli dispiaceva sentirsi derisa, gl’importava poco, sapeva che era deriso anche il suo amato, e questa parità gli conferiva coraggio.

Terminata la penitenza, Aurelio sollevò per i fianchi la compagna, la strinse a sé e la baciò dinnanzi al pubblico cittadino che applaudì, osservando il luccichio delle fedi alle dita, notando che camminavano sfiorandosi ripetutamente, senza vergogna.

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