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La ragazza che piange sulle scale

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La ragazza piange sulle scale ed ha il telefono rotto ai piedi, piange e mi risponde appena. Chiedo se le serve aiuto ma non accenna nemmeno, affonda la testa tra le ginocchia e sembra una bambina che vuole attirare l’attenzione. Non so cosa fare, ma lascio posare la borsa del mio Frankestein sul lato del muro. Voglio andare a dormire: sono stanco.

La ragazza che piange sulle scale affianco a casa mia sembra minorenne, eppure è venuta qui da sola. Le chiedo cosa posso fare e stavolta risponde Niente!. Non posso lasciarla sola, piange e non vuole andare via, ma non sa dove. Abita lontano e sostiene che non sa come tornare a casa: i genitori non verrebbero a prenderla, oramai dormono sostiene.

Ragazza, come ci sei arrivata qui? Non piange più e lascia andare un con un po’ di gente. Le scale non sono il posto più comodo, lo riconosce con un cenno, ma di spostarsi non se ne parla. Sembra che la stessa gente voglia anche farle del male, deduco che il telefono l’abbia rotto per non farsi rintracciare. Capisco perché piange, un motivo in più per non lasciarla lì.

Prendi l’autobus le consiglio, lei nega categorica e preoccupata, con la testa avvolta tra pesanti avambracci carnosi. Piange di nuovo. Dev’essere colpa di un ragazzo: non si piange così senza un valido motivo, la storia della compagnia che la sta cercando non regge proprio. I capelli sono ben curati e ricci di spuma, puliti, l’aria ancora profuma di shampoo. Il look è da libera uscita adolescenziale, non da battaglia criminale.

La ragazza che piange sulle scale mente spudoratamente: se avesse bisogno di aiuto me l’avrebbe già chiesto, non si scherza col pericolo, nessuno lo fa. Chiamare i Carabinieri, ecco cosa potevo fare per rassicurarmi, ma decido di stare al gioco e smascherare quelle minacce e bugie. Scopro che vuole allontanarsi da Tivoli e dovunque va bene, le suggerisco di nuovo l’autobus: la Cotral non morirà per un biglietto in meno se non lo hai.

La ragazza nega categoricamente, ma non piange più, le ho ricordato il suo progetto di andare via. Allontanarsi da Tivoli si può fare a tutte le ore se dovunque va bene e a casa ci ritorno domani. Bene, siamo a buon punto, però le fermate sono troppo in vista e allora le suggerisco il treno. Prendi il treno, puoi arrivare anche a Roma, aspetta in stazione ed il primo che passa è tuo, anche in senso contrario.

Non piange più la ragazza adesso, anzi si alza dalle scale, si pulisce il viso e mi saluta, passando per il parcheggio di fronte casa per non farmi vedere, schivando SUV parcheggiati male e tronchi di alloro deformati dall’incuria, abbandonati a sé stessi come la carcassa del cellulare sulle scale.

Lo schermo è ancora lì sulle scale, a ricordarmi che gli scrittori raccontano proprio di tutto, anche di biglietti del treno non pagati.

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