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Sgombero di Piazzale Spadolini: un racconto italiano

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Lo sgombero di Piazzale Spadolini poteva somigliare ad una spazzata di saggina: passi e ripassi ma qualche foglia resta.

L’epopea dello sgombero iniziò in inverno: sotto la pensilina sfortunata di Piazzale Spadolini cominciarono a moltiplicarsi le tende Quechua ripiegabili, alcune vuote, alcune colorate.

Piazzale Spadolini sta tranquillo all’ombra di una punta della Stazione Tiburtina, che sembra un avvertimento, o un modo poco simpatico di coprire la vista riflettente della Banca più verde del mondo.

Alle 8 di mattina i migranti fanno colazione come tutti, ma qualcuno gliela porta quasi in tenda. Un’automobile Fiat innocua ma nuovissima: la proprietaria è una volontaria anziana ed antipatica, di quelle persone che a 40 anni sembrano averne 80. Una Panda rossa nuova di zecca, dal cui bagagliaio escono borse piene di succhi di frutta, cornetti, bicchieri di plastica e soprattutto guanti di lattice – la signora sarà anche volenterosa, ma non sciocca.

I volontari da uno diventano 10 ed i migranti da 10 diventano cento. La comunità non sfugge alle forze dell’ordine, tanto che non poche volte a scendere dalla scala mobile, dopo una corsa per prendere il 548, mi ritrovo una volante della Polizia piantata lì. Evidentemente qualcuno si è spaventato, o forse le cianfrusaglie sono diventate troppe per poter restare nei cunicoli sotterranei. Quei cunicoli sarebbero serviti a far arrivare i viaggiatori del treno direttamente alle banchine di Piazzale Spadolini, ma credo non li abbia mai usati nessuno: la puzza di urina e di sudore avrebbe ucciso un cavallo. Erano ripari per il freddo, erano magazzini.

L’associazione Baobab ha contribuito all’invasione della pensilina b-side di Piazzale Spadolini, regalando cibo a uomini che non sanno cosa fare e dove andare, mantenendoli lì con una azione pianificata ogni giorno per mesi. Eppure i migranti sono uomini e come uomini hanno tutto il diritto di vivere in condizioni igieniche rispettabili, riposare in un letto caldo, andare in bagno e potersi lavare.

Per i migranti restare lì come strumento di ideali di altri è stata una vera prigione senza sbarre e questo sembra proprio l’ennesimo spettacolo borghese del mio tempo. Immagino la contentezza e la boria degli aperitivi a Monti, gli sproloqui dei volontari pieni di orgoglio tra una zeppola auto-procurata e un rotacismo difettoso.

Confinare i migranti in una stazione nascosta è una protesta contro il sistema dell’accoglienza? Non lo saprò mai. Fatto sta che quei migranti non sono in un centro Sprar, ciondolano lì trattati come gatti, costretti all’attesa della gattaia dalla gattaglia stessa, schiavi dei loro bisogni al vento e alla pioggia di Piazzale Spadolini, sotto la punta acuminata del Piazzale Est della Stazione Tiburtina.

Un giorno di volanti della Polizia ce n’è una per volontario. Gli operatori delle pulizie spruzzano disinfettante e gettano la paccottiglia dei cunicoli sotterranei. I volontari restano lì a testa bassa contenti di aver dato abbastanza fastidio alla Polizia, al sistema, all’ordine e soprattutto ai pendolari. I migranti vengono portati via per il riconoscimento e fine della storia.

A Piazzale Spadolini non si vide più un migrante, poi una scritta a gesso bianco sul muro appena ripulito: “Vi manchiamo?”. Dubito che sia stato un migrante, dato che era stato qualche adepto del Baobab a colorare il muro qualche tempo prima, firmando la protesta con il simbolo dell’associazione.

A Piazzale Spadolini le proteste non sono civili, sono fastidiose. C’è chi deve continuare a frequentare la stazione, lasciar sporcare di escrementi e disegni è forse il metodo più sicuro per cadere in disgrazia. Quasi un suicidio politico, quasi una protesta sensata.

Ora a Piazzale Spadolini i migranti sono solo di passaggio, poiché dopo lo sgombero l’associazione li ha fatti entrare in uno stabile fatiscente e abbandonato poco distante dalla Stazione. Passano dalle scale mobili solo per andare in superficie, dove fermano i bus e dove sfreccia la metro.

Cambiare tutto per non cambiare niente insomma.

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