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Mino e la coperta blu

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mino e la coperta blu

Mino arrivò nella sua nuova casa sudato e stanco: l’estate passata in provincia si diceva esser stata la più calda dell’ultimo secolo. Chissà se è vero – pensò Mino mentre apriva la porta bianca del suo nuovo appartamento. Anche qui in Germania faceva caldo, ma non così tanto da soffocare all’ombra. 

In casa c’era tutto l’occorrente per la sua nuova vita da reporter inviato all’estero: il direttore lo aveva incaricato di riportare novità e altre storie della nuova Germania dei migranti. Anche lui era un migrante, aveva già molto da scrivere su quanto andassero veloci i treni rossi con le strisce bianche firmate DB. Per non parlare della metro, che sfrecciava da un capo all’altro di Monaco come fosse una rondine in picchiata. 

Mino si sentì subito a suo agio ed in pochi giorni strinse un pacifico rapporto con il suo coinquilino, un chirurgo tedesco dai pochi capelli rossi aggrappati ad un testone ovale come un uovo, tappezzato da pelle rossiccia come terra vulcanica. Gli raccontò che negli anni 70 portava una pettinatura afro, che i suoi capelli erano ricci e che a Padova aveva conquistato molte ragazze con quei ricci, sfrecciando in bicicletta tra un lavoretto saltuario e le notti in reparto. 

Era sempre Mino a dover cucinare, poiché per una volta che il rosso si era proposto, dovette mentire su quanto fosse buono quell’intruglio-stufato di carote, peperoncino e patate, talmente pesante da bastare allo stomaco di un italiano per circa una settimana. 

Dalla redazione arrivarono subito i complimenti per gli articoli di cronaca, politica e le storie dei migranti che Mino incontrava nelle pizzerie italiane, quando tutti gli italiani di Monaco si incontravano per vedere le partite di calcio – religione mai abbandonata da nessuno.  

Assieme alle congratulazioni, però, non arrivavano mai i soldi ed il portafogli di Mino cominciava a piangere lacrime amare. Solita storia – pensò Mino – quando si tratta di pagare sono sempre lunghi. Mi arrangerò. 

Settembre stava per finire e il suo stipendio stava tardando già di 40 giorni. Mino scrisse molte email al capo redattore, per non scomodare il direttore, eppure la risposta era sempre lo stesso motivetto con variazioni: abbi pazienza, è un periodo difficile per tutti, il giornale vende poco, il bonifico è in arrivo.  

Il viaggio, d’altronde, è lungo anche per un bonifico – pensò Mino, che cominciava a sentire i primi freddi di ottobre. 

A fine ottobre le lenzuola del corredo di sua nonna, che sua madre lo aveva obbligato a portare perché-non-si-sa-mai, non bastavano più a scaldare i suoi piedi sempre freddi. Avrebbe potuto accendere i riscaldamenti, ma non così spesso: in questo periodo sarebbe costato molto di più e le sue finanze non permettevano brutte sorprese a fine mese. Il suo coinquilino sembrava non risentire per niente della temperatura sempre più bassa e sbottava in una risata fragorosa ogni mattina che Mino usciva dalla stanza già con la sciarpa. 

Ist so kalt? chiese un giorno il medico tutto allegro e Mino rispose con un cenno, perché il suo tedesco stentato non permetteva discorsi troppo articolati e lunghi. Ne fu impressionato e forse un po’ si dispiacque di quella ironia inadeguata, ma si salutarono ridendo e la giornata cominciò come sempre. 

Quel giorno Mino doveva recarsi all’ufficio comunale e dichiarare allo stato tedesco che aveva preso residenza in quella via, con quella persona e a partire da quel giorno. Uscì molto presto di casa, poiché tutti lo avevano avvisato che la fila per l’Anmeldung è chilometrica, neanche fosse il Louvre. Monaco è piena di stranieri e l’ufficio comunale gestisce ogni tipo di pratica, non esistono giorni in cui non vi sia ressa. 

Mino scese le scale di corsa, poiché dalla finestra aveva visto le luci del tram come gli occhi giganti del calamaro gigante: tagliavano a metà il blu cobalto della prima alba, creando sfumature sottomarine che il capitano Nemo avrebbe chiamato per nome una per una.  

Scesi i primi gradini, Mino notò alcune cose sul pianerottolo: un carrello per fare la spesa, una tavola da stiro ed una coperta blu. Sopra alla tavola da stiro era appeso un foglio con una parola illeggibile e sotto altre parole con il numero ed il simbolo dell’euro. Mentre saliva sul tram pensò che era un modo simpatico di vendere le cose usate, sul pianerottolo tutti le avrebbero viste. 

Mino arrivò all’ufficio comunale dopo pochi minuti, il tram era più lento della metro ma sicuramente più veloce dei piedi e della bicicletta. Le porte automatiche del vagone si aprirono e la moltitudine si mostrò in tutta la sua grandezza faraonica, imbottigliata verso l’ingresso di un palazzetto coperto di impalcature. Quasi tutta Monaco era coperta da impalcature, i muratori avevano molto lavoro da fare in ogni parte della città, poiché tutti i palazzi sembravano appena fatti.  

Chissà che i pesci del Mar Rosso non avessero fatto la stessa faccia del povero Mino a veder passare Aronne, Mosè ed il suo popolo. In piedi o seduti per terra vi erano persone di ogni età: chi con il caffè in un bicchiere di cartone, chi fumava una sigaretta, chi mangiava un Brezel coperto di chicchi di sale grossi come fagioli. Mino attese per circa un’ora prima di riuscire a varcare la soglia della porta, raggiungere la macchina dei numeri e scoprire di essere il numero 281 – il tabellone elettronico aveva appena acceso il numero 18. 

Mino capì che non avrebbe cavato un ragno dal buco quella mattina e l’appuntamento con il console italiano era previsto poche ore più tardi. Attese ancora un po’, speranzoso che qualcuno andasse via, leggendo distrattamente il suo libro di grammatica e abbozzando qualche esercizio sui verbi irregolari. Passata un’altra ora il numero elettronico rosso del tabellone passò al 75, ma il tempo era scaduto, doveva prepararsi all’intervista e ripassare le domande. 

Mino riprese la metro ripetendo a mente le fermate per non sbagliare, i vagoni erano pieni, si stava stretti e faceva quasi caldo. Mino cominciò a sudare, la sua sciarpa di lana non era il massimo per quella temperatura e cominciò a sentirsi impresentabile per il console. Uscito dalla metro si avviò verso il consolato, camminò per Möhlstraße per una decina di minuti, superando i consolati di tutti paesi che conosceva e sentendo sempre più caldo. 

Era quasi arrivato, ma era già tutto sudato: la sua borsa non pesava moltissimo, poiché aveva solo il suo portatile ultraleggero ed il registratore, eppure gli sembrò d’un tratto un macigno pesantissimo, così decise di fermarsi un secondo e prendere fiato. Poggiò la borsa su un muretto senza guardare neanche cosa fosse, appese la sciarpa al cancello grigio e iniziò a cercare un fazzoletto per asciugarsi. 

Non passarono che pochi minuti che fuoriuscì una grassa signora dalla porta del palazzo di fronte a Mino e dallo sguardo, oltre che dal tono di voce ruggente, non sembrò per niente contenta che la sciarpa di Mino fosse appesa al suo cancello. Uscì dalla porta senza avvicinarsi e con tono secco, minaccioso come un latrato di un Bull Dog inglese, chiese a Mino chi fosse e perché stesse lì. Mino chiese di ripetere, perché il suo tedesco non era ancora un gran ché e la signora ancora più nervosa chiese chi fosse e perché stesse lì. 

Mino rispose lentamente, scandì il suo nome e affermò di essere diretto al Consolato Italiano per intervistare il console, poiché era un giornalista. La signora non fu contenta di questa risposta e guaì che non ci credeva affatto a questa storia, chiese a Mino dove abitasse e da dove venisse. Mino rivelò la via del suo appartamento, ribadì di essere italiano e non capire molto bene il tedesco. La signora confermò che non credeva a nulla di quel che diceva e che avrebbe chiamato la polizia.  

Mino si preoccupò e tirò subito fuori la carta di identità, senza pensare ad altro che a confermare la sua identità. La signora si avvicinò timidamente, fissò quel documento da lontano e lo bollò subito come un falso, dato che nessuno ha più carte di identità fatte di carta da decenni. 

Mino penso che fosse vero e cominciò a temere di dover spiegare tutta questa discussione ad un poliziotto tedesco, che avrebbe fatto mille domande e lui, non ancora iscritto alle liste di residenza, si sarebbe ritrovato in una brutta situazione. Mino allora giocò la sua carta migliore: aggiungere dettagli alla sua storia avrebbe dato più credibilità alla sua storia, come nei romanzi epici di Orlando, dare nomi alle cose avrebbe reso tutto più vero, così aggiunse che abitava con un medico tedesco di Amburgo, ripeté il nome della via e lanciò qualche indizio sul quartiere e sulle zone vicine, concluse che abitava vicino allo Zoo. 

La signora non sembrò convincersi neanche stavolta, forse non capiva bene le sue parole e fece per entrare di nuovo nel suo palazzetto. Minò temé il peggio e pensò che l’unica sua possibilità fosse farle vedere il suo contratto d’affitto. L’aveva con sé per confermare la residenza agli uffici comunali. La signora sembrò esitare, forse riconobbe il modulo standard scaricato dal sito di un famoso portale immobiliare di Monaco.  

Si avvicinò minacciosa, gettò uno sguardo al foglio senza toccare nulla e il suo viso cambiò espressione di colpo, parve improvvisamente serena e confermò che effettivamente sul quel foglio c’era scritto proprio così: che un italiano di nome Giacomo abitava nel quartiere della foresta di Perlach, tra lo Zoo e lo stadio dei Löwe 1860, la seconda squadra di Monaco. C’era scritto così, ripeté la signora grassa come molossoide e vestita senza gusto, rientrando senza salutare né dire altro. 

Mino tirò un sospiro di sollievo, vinto dalla stanchezza e ancora scosso dal timore martellante, riprese la borsa e la sciarpa di lana, l’avvolse di nuovo al collo e s’avviò. Ora era più sudato di prima, la paura fa sudare freddo e il caldo diventa quasi nostalgia. Doveva correre dal console, l’intervista sarebbe stata il pezzo forte del prossimo numero. 

Purtroppo per Mino l’intervista non avvenne mai: l’ufficio del console lo aveva avvertito che l’intervista sarebbe stata rimandata al giorno dopo per impegni improvvisi, ma lui non aveva controllato la sua casella postale in quella mattinata così confusa e tutta di corsa. Tanta fatica per nulla – mormorò – ma la giornata non è ancora finita. 

Al calar del sole Mino iniziò a sentire i brividi di freddo e mentre tornava a casa pensò ad un modo per tenersi caldo durante la notte, ovviamente senza accendere i riscaldamenti. Il tram correva veloce superando macchine e biciclette, ma il suo cervello andava così lentamente da non coordinare i passi. Al termine del viaggio Mino non arrivò ad altre soluzioni che dormire vestito, cosa che odiava profondamente. 

Se solo la redazione si sbrigasse a mandarmi lo stipendio potrei comprare un bel piumone caldo, basta prendere le misure del letto e ordinarlo sul sito dell’IKEA – rimuginò mentre seguiva la via di casa. Peccato che del suo stipendio non c’era l’ombra e non poteva permettersi di sacrificare i soldi per la spesa. Salì le scale di casa appesantito e triste: girando la chiave non si accorse nemmeno che il suo coinquilino non era in casa. Filò in camera sua aprendo l’armadio e riposando la giacca, la sciarpa, togliendosi le scarpe forzando con la punta sui talloni e si gettò sul letto di schiena. 

Lasciandosi crollare si accorse subito di aver schiacciato qualcosa di morbido. Alzò la schiena con fatica e vide la stessa coperta blu che era sul pianerottolo quella mattina, ripiegata a quadrato, con un biglietto sopra scritto con la penna blu: Für dich. 

 

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