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Minuti interi stretti uno all’altra

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Restarono minuti interi, centinaia di attimi stretti uno all’altra, fregandosi la schiena come gesto di sostegno morale. L’infelicità nel cuore di Julien svanì, e allora si misero a scambiare domande.

– Christine, mi hai perdonato?

– Sì, sì, non temere. E tu mi perdoni d’averti offeso.

– Non mi hai offeso, hai solo rischiarato dei brutti ricordi, non devi scusarti. Piuttosto dimmi… hai avuto altri uomini in questi due mesi?- domandò Julien, seduto ad una sedia, mentre Christine terminava di cucire una veste.

– No, sembra che io non piaccia agli uomini. In ogni caso ci ho provato! Volevo tradirti per dispetto, ma…

– Bene, sono contento, almeno… sarò sicuro della tua fedeltà.

– E tu? Cosa hai fatto in questi sessantuno giorni?- domandò Christine.

– Nulla, ho pianto, ho pianto ancora, poi sono venuto da te. A che ora chiude il negozio?

– Finisco questo e ce n’andiamo. Ti trovo cambiato Julien, mi sembri diverso…

– La barba, i capelli lunghi, anche io cresco.

– Non dico fisicamente. Sembri maturato, sei più calmo, anche i tuoi movimenti ponderati, studiati, dai l’impressione d’essere cresciuto realmente…- confessò Christine, entrambi chiusero la porta e il negozio. Presero a camminare senza meta, parlando beatamente. Giunsero dinnanzi a casa di Christine, osservati con disprezzo, come stessero compiendo qualche oscenità.

– Vieni, ti presento la mia famiglia.

– No, è meglio di no, torno al castello…- la ragazza, dispiaciuta, intese perfettamente le preoccupazioni non apparenti di Julien, scorse negli occhi dell’uomo una sottile vena di dispiacere, come fosse un libro, riusciva a capire i suoi sentimenti, le sue impressioni, i suoi pensieri, con molta semplicità, come fosse a confronto con se stessa. Tentò in ogni modo di insistere, invano.

– Julien, entra un momento, solo un istante…

– Ti ringrazio dell’invito, ma rifiuto per bene tuo, non tutti tollerano queste indecenze, potresti risentirne, è meglio così.

– Voglio stare accanto a te, cosa m’importa dell’etichetta e della creanza! Siamo alle porte del diciannovesimo secolo!- borbottò Christine, Julien attese che nessuno fosse nei paraggi e la strinse a sé, e disse:

– Calmati Christine, io anche mi sono scontrato con queste assurde regole alla tua età… imparerai a riconoscere la loro utilità col tempo, ora, mi spiace dirtelo, devi accettarle.

– Non voglio, non m’importa!

– T’importerà. Adesso salutami, devo sbrigare alcuni affari, verrai questa notte?

– Certo… cos’è più importante di me Julien?- domandò Christine appoggiandosi al cardine della porta.

– Non temere, è solo un piccolo contrattempo, riferirò questa notte.

– Spero, per il tuo bene, di non venire a sapere spiacevoli contrattempi lussuriosi da parte tua…

– Altrimenti?- chiese Julien sorridendo.

– In caso contrario non saprai cosa voglio dire, morirai prima.

Si divisero con un bacio, Christine chiuse l’uscio, Julien si recò in fretta e furia da un amico, un confidente che non l’aveva abbandonato durante la follia, l’unica persona che scampò alla carneficina del duca di Dreux, un francese di sangue russo, un giornalista, un suo coetaneo d’età, dal cognome impronunciabile, tanto che non lo rammentava neanche esso. La gente del paese, abituati alla pronuncia dolce, armoniosa, di una Francia caduta politicamente, ma ancora forte culturalmente, non poteva distruggere la soavità del linguaggio, così appellarono un diminutivo al trentenne: Feo. Eppure Julien non adottò mai quello stupido appellativo, quindi persistette a chiamarlo col nome di battesimo.

Camminava per una via desolata, giunse ad una piazza, deserta, e vide l’insegna col nome di un periodico locale, là lavorava il suo amico, e nello stesso luogo aveva esercitato lui due anni prima. Nel locale d’anticamera si trovava il bancone, in fondo una porta che conduceva alle sale da lavoro, a sinistra si trovava la sala d’attesa per il direttore. Julien entrò nella porta, sembrava non ci fosse nessuno, l’atrio era stranamente vuoto, allora si diresse alle sale di stampa, spalancò la porta, non c’era uomo che fosse sprovvisto travaglio, si correva ovunque, dai macchinari di stampa alle scrivanie, volavano fogli, s’udiva un brusio martellante, e Julien sentì proprio quel luogo, avvertì una familiarità con quei rumori assordanti, e sospirò, poi gridò agli ignari lavoratori, molti intenti a scrivere, pochi ai meccanismi.

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