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Il nome di nonno Antonio e il biglietto dall’America

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Antonio porta il nome di suo nonno, che non ha conosciuto perché il vento lo ha portato via un settembre prima del suo primo compleanno. Nonna Lucia ha sempre tante storie da su nonno Antonio: portava lunghi baffi sopra le labbra, la sua coppola era consumata dal tempo e tutti invidiavano la sua campagna – perché perché gli alberi fanno un frutto solo ma dai suoi potevi cogliere prugne e pesche insieme.

A nonno Antonio piaceva raccontare le avventure della terra e tanti erano i racconti del raccolto che si dimenticava il finale. Quasi sempre le storie restavano a metà e nonna Lucia doveva riprendere il filo e farlo terminare. La sua storia, però, non la raccontava a nessuno, poiché era un segreto da custodire gelosamente e solo le carezze di Nonna Lucia riuscivano ad aprire la scatola dei ricordi e superare l’imbarazzo.

Il piccolo Antonio sapeva di non poter conoscere quella storia, poiché la nonna pensava che suo nipote fosse troppo piccolo per capire. Il segreto sarebbe stato svelato al compimento del suo ventesimo anno, solo da uomo si capiscono certe cose e solo con la barba si possono ascoltare.

Compiuti venti anni Antonio torna allora in Puglia, in cerca della storia del suo nome. Oramai è un uomo: studia all’Università di Milano, vive da solo e sa fare le frittate senza romperle, ma non passa giorno che non ripensi alle radici degli ulivi, padroni assoluti dell’ombra e della terra spaccata dal sole. Nonna Lucia lo aspetta con ansia e durante il pranzo di benvenuto, tra la focaccia ed il formaggio intreccia, racconta la storia del suo nome.

Alla mamma di nonno Antonio piaceva tanto andare a comprare il pane a Matera, credeva che nella roccia si nascondessero segreti e aria fresca. Tante furono le sue passeggiate di farina che s’innamorò di un giovane panettiere, coi capelli di spiga e gli occhi sempre rossi per il fuoco. Matera era vicina, poteva guardarla dalla finestra e sospirare tutto il giorno per il suo fidanzato sempre mezzo addormentato.

I panettieri si svegliano prima del gallo e a forza di sentire il chicchirichì del gallo del vicino, a forza di contare i giorni in cui a svegliarlo poteva essere la sua fidanzata, al panettiere viene l’idea di sposarsi. Ma non basta il grano duro a costruire una casa, né bastano le focacce piene di pomodori, olive nere e olio d’oliva. Servono molti soldi e far di pane non basta una vita per tirare su famiglia. Fu allora che alla bisnonna venne un’idea e l’ispirazione fu subito di tutti: in America il lavoro rendere bene e anche un panettiere può permettersi una casa, uscire col vestito buono la domenica e tornare a Matera e comprare terre e buoi.

L’idea era buona, ma al panettiere già mancava la sua farina e il viaggio era così lungo da far perdere i ricordi come briciole. La bisnonna però lo convinse: avrebbero avuto cinque figli e il primo si sarebbe chiamato Antonio come il Santo, che con la terra che avrebbero comprato qualcuno che parlasse alle bestie avrebbe avuto più fortuna.

Il panettiere partì per New York e subito trovò dove impastare acqua e farina, guadagnare abbastanza da comprare un vestito buono e fumarsi un sigaro ogni tanto la domenica dopo la messa del signore. Scriveva ogni giorno, a scuola non c’era andato ed era il prete di Staten Island lo aiutava a ricopiare le sue frasi innamorate. Dopo qualche mese le sue lettere nel cassetto di Maria erano diventate così tante da non entrare in un cassetto e nell’ultima si annunciava il grande traguardo: il biglietto per New York a nome della fidanzata per raggiungerlo lì dov’era, la casa era grande e loro figlio Antonio sarebbe cresciuto a Little Italy.

Fu l’ultima lettera che la bisnonna Maria ricevette, poi di lettere ne arrivarono moltissime, ma parlavano solo della guerra e dal panettiere, da New York, nessun biglietto.

Passarono due anni e la bisnonna si risposò: il fortunato divenne un figlio della terra, con le mani grandi come tronchi di ulivo ed una voce morbida come i fichi maturi che coglieva. Il primo figli si chiamò Antonio e nella vita avrebbe fatto il contadino: i suoi alberi per magia avrebbero dato pesche e prugne dallo stesso ramo e per questo una ragazza di nome Lucia se ne innamorò.

Di storie belle è piena tutta la Puglia, ma la storia di Antonio le supera tutte. Cinquanta anni dopo la lettera del panettiere nonna Maria sente al telegiornale una storia su New York che le ricorda tante cose, ma tutto finisce in un sospiro come allora.

Nel porto di Long Island è stata ritrovata una nave piena di oggetti e casse di messaggi, probabilmente una nave commerciale diceva il telegiornale, ma l’America è così lontana, che vuoi che ce ne importi. Il contenuto delle casse è ignoto e le autorità statunitensi non potranno divulgarne il contenuto fino a che una analisi completa non abbia scongiurato rischi diplomatici – in caso di segreti militari, si sa.

Qualche settimana dopo a casa di nonna Maria arriva una lettera dagli Stati Uniti, ma nessuno a casa sa leggerla e bisogna chiamare Don Michele. Lui è il prete più vecchio di Matera, ha conosciuto tanti americani durante la guerra perché faceva il sagrestano a Salerno. L’inglese ancora lo capisce, se non si addormenta.

La lettera dice che dentro a una cassa è stato ritrovato un biglietto per New York a nome di nonna Maria e assieme una lettera di cui non si legge nulla, se non “Maria” di qua e di là.

Le autorità statunitensi assicurano che il mittente è deceduto un paio di anni fa e che non era stato facile rintracciarne l’identità neanche per loro. Chi aveva comprato quel biglietto aveva preso i voti negli anni ’60 e come sacerdote aveva preso nome Don Antonio. Alcuni dicevano di lui che aveva fatto del bene a molte persone e gli anziani cinesi di Manhattan giurano di ricordarlo ancora che portava il pane a casa dei più poveri, tutto sporco di farina e con gli occhi rossi.

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