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Ora va a casa, sono le dici passate

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– L’ hai trovata?

– No.

– Se torna la faccio venire da te, ora va a casa, sono le dieci passate.

Risponde il fratello di Livia. Io, preoccupato per la sua scomparsa, infuriato per la tranquillità con cui rispondeva l’altro, urlo:

– Tua sorella non torna a casa e tu sei così tranquillo?

– Sta calmo, tornerà, quando a fame torna.

– Ma come parli? Idiota! Che vuol dire? Non sei preoccupato? – per la rabbia lo sollevo per i baveri, lui ribatte:

– E’ già successo, torna, torna…- lo scaravento contro la parete, mi volto e scendo rapidamente le scale, apro il portone e inizio a correre per le strade. L’ansia di non trovarla mi dilania, soffro invano e correndo mi convinco che suo fratello aveva pienamente ragione.

Giunto a casa, chiudo il portone, non accendo la luce, getto l’occhio sulla buca delle lettere, afferro la posta, salgo il primo scalino, emerge improvvisamente l’ansia, ma subito passa, leggo il mittente. Conosco quella lettera, l’infilo in tasca, e mi dirigo all’attico di corsa. Salite le scale, resto ad osservare la vetrata opaca della finestra, affaccia su un viale scuro, illuminato dai lampioni. Volgo lo sguardo sulla porta, impugno la chiave, apro, socchiudendo l’uscio m’accorgo che una cartella è scivolata ai miei piedi; io l’ ho con me, pertanto appartiene a Livia. Accanto al beccatello, appesa ad un uncino, ciondola una chiave, un medaglione lucente a forma di L; poggio la chiave, infilzo la cartella sotto l’appendiabiti, intravedo Livia sdraiata sul letto, colla mia camicia, senza nient’altro indosso, rannicchiata sul letto. Dorme profondamente, mi accosto a lei, la prendo in braccio, lei si alza, resta in piedi con gli occhi socchiusi, mi esamina, abbraccia e bacia, si corica sul letto, afferra le coperte, si volta verso il muro. Io mi avvio in bagno, tolgo i vestiti, m’asciugo, schiudo il rubinetto della vasca. Torno da Livia, la copro meglio, nascondo la lettera, faccio il bagno. D’improvviso, appena uscito, appare Livia, assonnata, barcolla un po’, s’avvicina, mi squadra da capo a piedi, sorride e m’abbraccia. Io non avverto vergogna, eppure, ora sorrido perché lei s’è addormentata; m’infilo i pantaloni del pigiama, la conduco a letto.

Vado per chiudere la luce, la sento ridere, così le chiedo:

– Sei sveglia?

– Certo amore mio!

Spengo, mi volto, mi dirigo letto, mi copro e mi volto verso la cucina.

– Voltati.

– No. Livia, sei una sciocca, mi sono afflitto le pene dell’inferno per cercarti, e tu? Dove sei stata?

– Sempre qui.

– Potevi chiamarmi! Potevi dirmelo!

– Piccola punizione. E’ il castigo che meriti. Forza, girati.

Mi volto, osservo il suo sorriso e non riesco a far altro che ricambiare.

– E così, hai finto di dormire, mi hai visto bene?

– Benissimo!- afferma tutta contenta.

– Non immagini quello che ho visto io quando ti portavo in braccio!

– Traditore!- m’abbraccia, ride per un po’, e chiede, restando sdraiata su di me.

– I tuoi? Dove sono?

– A Francoforte.

– Sai che non li ho mai visti per più di due ore?- esagera Livia, io rispondo:

– Da dieci anni a questa parte, neanche io.

– Gli hai parlato di me?

– Conoscono meglio te che me. Ora però, facciamoci una dormita, parliamo domani mattina.

– Ma domani c’è scuola!

– Non per noi, non abbiamo cenato stasera, pranziamo domani!

Mi alzo prima di lei, alla lue del sole, i muri, il pavimento lucido, ogni cosa mi pare celeste, apro le finestre, e tutto diviene luminoso, come per incanto, il mio attico a quadrifoglio, ora mi pare più accogliente di ieri sera; scendo dal letto, accarezzo Livia, sistemo il lenzuolo, la coperta, il piumone, mi volto. Cammino lentamente verso le finestre, una ad una le schiudo, getto gli occhi sull’orologio, sono le otto, in strada errano carcasse addormentate, adulti, bambini, ragazzi barcollanti, che tentennano da via a vicolo, nei corsi alberati, si lasciano trasportare dal vento, battono s’un tronco, poi sull’altro, e giungono così all’edificio opprimente.

Passeggio in su e in giù per la casa, decido di preparare la colazione, delicatamente lascio colorare il tuorlo di sei uova in una padella, la metto a fuoco, spremo qualche arancia, intanto che attendo “l’insaziabile”, afferro le posate, i piatti, i bicchieri, la tovaglia, e, come di consueto, lascio cuocere più del dovuto. Le uova si fanno di un arancio acceso, l’albume diventa croccante; porto il tegame sul tavolo, lascio sgusciare una metà su un piatto, le altre tre uova sull’altro. Torno in cucina, adagio tutto sul lavandino, prendo il succo d’arancia e lo poggio sulla tavola; volgo lo sguardo verso Livia, è sveglia.

Ha gli occhi socchiusi, i capelli spettinati, la camicia spiegazzata; mi osserva, ricade sul cuscino, indietreggia e batte con la mano su materasso. M’avvicino, siedo accanto a lei e chiedo:

– Dormito bene?- risponde con un cenno della testa, io mi sdraio e mi lamento:

– Almeno tu, non sono riuscito a dormire più di due ore, non sei stata un momento ferma!- Livia sorride, non proferisce parola, m’abbraccia, adagia la testa sul mio petto e sospira.

– Sei stanca? Vuoi dormire ancora?- Livia risponde di no col capo, mi bacia su una guancia e indica il tavolo.

– Prendimi in braccio…- la porto a sedersi, mi siedo anche io e iniziamo a mangiare. Finita la colazione, si catapulta a letto, trascina anche me. Inizia a parlare del suo sogno, mi racconta d’Aurelio, di Silvia, narra ogni particolare, ogni dettaglio dell’incubo. Prende fiato, mi sbaciucchia un poco e si placa, m’osserva, sorride, lascia scivolare la guancia destra sul mio collo, si copre e sospira.

– Ti piace stare con me?

– Molto. Me lo chiedi ora?

– E’ solo la terza vola che dormi con me…

– Quindi vuoi chiedermi se mi piacerà dormire con te!- in una vampata di vergogna, mi volto verso il muro, aspetto che il rossore in viso si spenga, mi giro di nuovo, lei m’abbraccia e ghigna.

– Allora? Mi rispondi?

– Dipende da cosa vuoi sentirti dire…- afferma Livia.

– Mi piacerebbe che rivelassi la verità.

– Dormirei accanto a te per l’eternità senza mai alzarmi…- mormora al mio orecchio – Se non fosse per quell’antiquato di mio padre, non si fida, l’ ha ancora con te.

– T’importa più di tuo marito o di tuo padre?

– Di te. Non m’importa più ciò che dice quel vecchio! Resto con te finché voglio. Ne ho anche il diritto!

– Il dovere, vorrai dire!- scrutiamo l’uno l’iridi dell’altro, lei mi sorride, si rannicchia sotto il mio braccio, solleticandomi coi capelli, incrocia le dita con le mie, poggia la testa sul cuscino, chiude gli occhi e mi domanda, studiando le mie mani:

– La fede? Dove sta la fede?

– M’è caduta in un tombino.

– Avanti, dove l’ hai nascosta?

– Mi spieghi perché la cerchi sempre nella mano opposta?- le chiedo accarezzandogli il ventre colle dita, lei rabbrividisce, ribatte con lo stesso gesto, stuzzicandomi la pancia. Mi stringe più forte, sfiorandomi delicatamente sulle labbra, poi mi propone:

– Voglio sentire un po’ di musica, della nostra musica. Mettila!

– Come mai questa voglia?

– Mi ricorda un giorno stupendo.

Mi alzo da letto, avvio il tutto, mi dirigo in bagno, lei mi segue. Come di consueto preparo la vasca, Livia si siede sul bordo e osserva la schiuma del sapone, avverte il suo odore, lo scroscio, sfiora la patina sulla superficie, gli brilla in testa un idea.

– A chi tocca la vasca?

– L’ultima volta ci sei entrata tu.

– Uffa! Sei cattivo!

– D’accordo, sono cattivo.

Taglio corto, parecchie volte mi sono lasciato abbindolare dalle sue smanie, e ora, ho imparato. Tolgo il pigiama, m’infilo dentro la vasca, fulminato dallo sguardo di Livia, mi scuoto per un brivido improvviso, ma subito passa, e inizio a godermi il tepore dell’acqua tiepida, la fragranza dei profumi, la dolcezza della spuma bianca e leggera. Livia mi guarda, sbuffa, diviene insofferente, mi chiede di accarezzargli il viso, coglie l’attimo e mi morde affettuosamente, una puntura per ogni dito; non si calma, pare insoddisfatta, così, per venirgli incontro, gl’impongo di insaponarmi la schiena, lei afferra la spugna, la volta nel lato più duro, e inizia a sfregare con energia, graffiandomi varie volte. Eppure non è ancora appagata, così mi studia per un poco, percorre il bagno un paio di volte, si spoglia e s’adagia sopra di me con leggiadria.

– Hai trovato pace anima errante?

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