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Per la strada della sera prima

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Aurelio camminò per la strada della sera prima, giunse fino al bivio e s’incamminò per la via dove aveva svoltato l’amico. Si fermò davanti ad un palazzo decadente, passò davanti alla guardiola vuota, salì i numerosi scalini e giunse ad un appartamento. Bussò con le nocche, la porta si aprì lentamente, mostrando una giovane donna bionda, piacevole di aspetto, vestita di una camicia da notte celeste che le arrivava alle caviglie, era scalza, e dallo sguardo assonnato, gli occhi semichiusi.

« Buon giorno, disturbo? » domandò Aurelio sorridente. Si sentì qualcuno chiedere chi era, la donna non batté ciglio, si appoggiò alla porta e chiuse gli occhi. Spuntò l’amico, lo vide sorridente e domandò, scettico:

« Sei tu?

« Chi vuoi che sia?

« Vuoi entrare o resti sulla porta?

« C’è tua moglie che mi ostruisce.

L’uomo prese in braccio la donna, la portò via, Aurelio entrò e chiuse l’uscio. Aurelio sentì qualcosa abbracciargli la gamba destra, si vide una bimba bionda, alta meno di mezzo metro, assonnata anche lei, vestita come sua madre di una camicia celeste. Aurelio la prese in braccio, la bambina lo strinse forte, lui si recò in camera, poggiò la bambina accanto alla donna e insieme all’amico uscì.

« Come mai sei venuto a disturbarmi?

« La tua gentilezza mi commuove. In ogni modo sia… sono venuto a vedere come stavi, visto la gelata della notte passata.

« Bene, almeno fisicamente. Stanotte non siamo riusciti a calmare la piccola… e anche lei, è rimasta sconvolta da ciò che ha visto… Aurelio, sono stanco di dover raccontare a mia figlia che è tutto un gioco, sono stufo di vedere mia moglie così, ridotta ad un cadavere resuscitato. Ieri sera, quando sono tornato, le ho trovate nel letto, disperate, terrorizzate, che piangevano una sulle spalle dell’altra.

« So ciò che provi, lo provo anche io. Vedere tanta desolazione, ha scosso anche me.

« Dobbiamo andarcene, qui non è più possibile vivere.

« No, Stefano, andarcene sarebbe da idioti, in altri paesi sta succedendo la stessa cosa, e anche se volessimo, moriremmo in viaggio.

I due amici si scrutarono dapprima con rabbia, poi Stefano ricambiò il sorriso e chiese:

« Aurelio ma che hai? Mi sembri stranamente contento…

« Sono umano anche io.

« Davvero?

« Il tuo sarcasmo m’innervosisce, lo sai bene.

« Allora? Che è successo? » chiese Stefano, tagliando il discorso.

« Ho incontrato, ieri sera, una ragazza che cercava di ardersi. E’ svenuta in mezzo alle fiamme della casa, io l’ ho tirata fuori e l’ ho portata in soffitta. Le ho tolto i vestiti, ho acceso il fuoco, e me la sono tenuta in braccio fino a che non s’è svegliata. Non so neanche io come è potuto succedere, era sul punto di morire congelata, respirava così debolmente che quando ha preso conoscenza pareva di ascoltare un tamburo, non un battito del cuore… » l’entusiasmo con cui Aurelio raccontava fece incuriosire Stefano, pensò che la ragazza fosse un angelo, per aver sciolto la durezza dell’amico « quando si è destata abbiamo subito fatto conoscenza… al primo impatto mi ha schiaffeggiato per averla guardata nuda, poi si è calmata, mi ha chiesto di accarezzarla, si è seduta acanto a me, mi ha abbracciato, m’ ha baciato, ha persino giocato con me. Nel momento in cui stavo per uscire ha voluto un altro bacio, le ho chiesto se sarebbe rimasta e lei ha risposto di sì ! »

« Come si chiama?

« Silvia.

« Ti stai agitando inutilmente, non credere di poter ripetere la stessa cosa, le donne non sono tutte come Flavia…» Aurelio scattò in piedi, osservò con rancore l’amico e diffidò:

« Non pronunciare mai più quel nome in mia presenza! » s’alzò in piedi e uscì senza salutare. Giunto in strada cercò di non pensare a ciò cui non voleva pensare, e non ci pensò, corse al primo negozio d’abiti che incrociò strada facendo. Come ogni edificio, era abitato solo da carcasse arse vive, così afferrò degli abiti e corse a casa. Per la strada incontrò tanti cadaveri quanti capelli aveva in capo, inorridito dalle vedute ripugnanti, rigetto in un angolo di strada, coprì la poltiglia con della neve e tornò alla strada. Percorse pochi passi, in quel momento pensò di cercare del cibo, così iniziò a frugare per i negozi, per gli empori, non trovò altro che dolciumi, evidentemente l’aveva preceduto uno dei pochi superstiti, se non Stefano stesso. Pensò anche di tornare dall’amico, ma il solo pensiero gli procurava rabbia, così agguantò ciò che trovò e si diresse a casa.

Salì le scale rapidamente, giunse alla botola, l’aprì e chiuse, trovando lo stesso calore piacevole.

Silvia lo vide e gli saltò addosso, col sorriso. Aurelio ne fu commosso, non aveva più sentito il bisogno di un sorriso affettuoso, dal giorno della scomparsa, eppure adesso gli parve d’averlo sempre cercato. Prese in braccio la ragazza, si sedette accanto al fuoco, Silvia s’appoggiò sulle sue ginocchia e chiese con vivacità:

« Dove sei stato? Cos’ hai preso? Hai incontrato qualcuno? Allora?

« Cosa t’importa?

« Non farmi arrabbiare! Dimmi dove sei stato! » impose la ragazza. Lui gli mostrò i vestiti, poi disse:

« Ti ho preso questi e poi ho preso qualcos’altro… » in pochi attimi divorarono ogni cosa, spartendo a metà. Terminarono di mangiare sdraiandosi accanto al fuoco crepitante; restarono immobili per ore, ascoltando il respiro dell’altro, gustando il dolce tepore della brace, sorridendo senza apparente motivo, arrossivano, ridevano, si baciavano senza capirne lo sprone, senza avvertire vergogna, senza incappare in immoralità, sfiorandosi le guance accaldate, accarezzandosi a vicenda, stringendosi le dita. La sincerità e la complicità di quei gesti resero l’aria così amichevole e accogliente, che essi furono vicini ad assopirsi abbracciati, ma la ragazza distolse lo sguardo dalle iridi di Aurelio per un momento, e per un istante si sentì a disagio, avvertì un certo imbarazzo infondato, che svanì, espulso da un sospiro.

« Che hai?

« Niente, è solo…

« Solo? » domandò

« Imbarazzo. Non sono avvezza a tanto affetto…

« Farai bene ad abituatici…

« Che vuoi dire? » domandò la ragazza.

« Ciò che ho detto.

« E cioè?

« Sei poco sveglia… » proferì col sorriso il ragazzo. Silvia fece per aprire bocca, ci ripensò, si strinse a lui, poggiando la guancia contro la sua clavicola. Trascorsero pochi attimi, il viso concentrato, le rughe della sua fronte impensierita, le sopracciglia inclinate, le labbra strette, diedero a vedere come si preoccupava la ragazza, in modo che Aurelio giunse con le labbra al suo orecchio, e bisbigliò dolcemente:

« Ti donerò io l’affetto che non conosci…

« E in che modo? Terminata la gelata tornerai da tua moglie, non è così?

« Mia moglie? Ma che dici? » Silvia incrociò la mano col ragazzo, sentendo il freddo di una fede, avvertendo per la prima volta gelosia, dolore, tormento, delusione. Tre emozioni così diverse le parvero una sola, e quando il ragazzo la osservò con un sorriso misto a serietà e compassione, domandò indignata:

« Ti diverti… complimenti! Non baciarmi! Non te lo meriti più! E non ridere! » ogni rimprovero era un’azione del ragazzo, Silvia cercò di alzarsi ma lui la strinse a sé, intrapresero una seconda lotta. Lei gli procurò graffi profondi in viso, Aurelio si dedicava alle risa. Sopraffece il giovane uomo, che la arrestò completamente, gli sorrise e proferì parola.

« Hai ragione, sono sposato, ma mia moglie è morta… » la ragazza si placò « per me, per il mio cuore, ormai Flavia non esiste più.

« Che vuoi dire? L’ hai ripudiata?

« No. Ora non voglio parlarne…

« Aspetta, perché tieni la fede allora? » chiese Silvia.

« E’ l’unico ricordo piacevole della mia vita, l’averla amata… Basta adesso, cambiamo discorso…

Parve avvilita, la ragazza, ma non durò che pochi attimi, tornarono a giocherellare tra risate e graffi.

Trascorsero settimane intere a trastullarsi, gingillavano ore su ore, carezzandosi, sfiorandosi con le labbra, o azzuffandosi sulle tavole di legno, e finivano ogni sera sdraiati vicino al fuoco. I giorni e le settimane trascorrevano senza pietà, senza sosta, il tempo correva lontano dalle loro menti, si preoccupavano solo d’avere legna, d’avere cibo, e di non ritrovare l’altro il giorno dopo, perché la gelata aveva lasciato spazio al penetrante calore primaverile, e le intenzioni di entrambi erano regolarmente omesse.

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