Ultimo aggiornamento:

Svegliati forza (Parte II)

Categorie Blog0 Commenti

Parte seconda

– Svegliati, forza. Non vorrai mica fare tardi…

– Che giorno è?

– Tredici.

– Di che anno?

– Non fare lo stupido, va a lavarti che è già tardi!

– Ho capito… – or ora avverto la stanchezza della notte alla penna. Non riesco eppure ad alzarmi, tolgo lentamente i piumoni, la coperta, il lenzuolo, e m’osservo le punte dei piedi, adagiando il mento sui ginocchi ispidi. Resto un attimo a riflettere, penso a ciò che ho fatto, medito ancora, mi alzo, dirigendomi in bagno.

Presto poca attenzione al telegiornale perpetuamente monotono, dove il gioco ha preso il sopravvento. Proponi di leggere “L’idiota”, loro ti aggrediscono, ribattono coi calci, coi pugni, gli insulti, mi fanno tenerezza, io li lascio sguazzare nel loro brodo di sogni infantili, di sollazzi, eppure, la tenerezza diviene disgusto, ora, li disprezzo, li ignoro, li detesto, non capiscono il bisogno di un valore, cercano l’amore, cercano il successo, cercano la fama, cercano il rispetto, ma cosa cercano? Che cosa troveranno? Troveranno dolore, troveranno orrore, s’accorgeranno di vivere con un impatto tremendo, sentendosi inutili al mondo, sentendosi orribilmente incapaci, sognando di rivivere la giovinezza passata.

Giungo a scuola, trascorro le interminabili ore, ecco la ricreazione. L’insegnante apre la porta, il corridoio è gremito d’erranti, non si nota la finestra, eppure l’ ho occhiata ad un solo metro dalla porta, appena entrato. M’avvicino, adagio la testa sul vetro, e osservo una mosca. Le ali deboli e velocissime che si spengono, lei le ripone, sfrega le zampe anteriori velocemente, osserva la luce del sole, e si riposa.

Il suo dorso scuro, luccica di un verde brillante; d’improvviso avverto qualcuno avvicinarsi:

– Che fai?

– Osservo Gregor.

– E chi è?- mi domanda la mia compagna di classe.

– Lui, o lei, non gli ho visto sotto la gonna.

– Non era bella…

– Non era proprio – ribatto io con semplicità, osservo la ragazza, scruto nei suoi occhi un velo d’allegria, e il grigio opaco delle sue iridi, diviene a tratti blu, ad intervalli verde.

– Come sai che si chiama così?

– Me lo ha detto Franz.

– E chi è? Avanti!- l’ironia della facilità nel discorrere la stuzzicava, sorrideva osservando il mio sguardo gelido per natura, gli sorrisi anche io. Rimase sorpresa dall’innocente riso senza motivo, tastò la mia fronte con l’indice, la tastò varie volte, proseguendo a ridere e mi chiese:

– Perché ridi?

– Non so, non lo so neanche io.

– Sei stupido?

– Forse.

– Smettila di rispondermi!- prese a ridere di gusto, io la osservo e scorgo l’assenza di Gregor dal davanzale. La ragazza smise, s’accostò a me con la spalla e ci adagiò la testa. Io mi metto a studiare le sue unghie lunghe, bianchissime.

– Hai ricominciato a farle crescere?

– Già… entriamo in classe, qua fa freddo.

– Che ore sono?

– Le dieci e mezzo.

– A che ora usciamo?

– Alle due.

– Che p…- lei mi tappa la bocca e sussurra di starmene zitto, io la ascolto, chiudo la porta e mi siedo al mio posto. La lezione trascorre lentamente, alla fine, il dolce suono della campana mi pare una melodia. Afferro rapidamente la cartella, corro e sguscio fuori, svincolo tra le centinaia di ragazzi, lascio cadere lo sguardo su ciò che avanzando supero: i pavimenti bagnati, segnati d’impronte diverse, i muri schizzati d’acqua, le porte aperte, incorniciate d’alluminio, vetrate all’interno; le aule vuote, solitamente siamo gli ultimi ad uscire, per questo le aule sono libere, pulite, silenziose, ordinate.

Giungo al portone principale, che affaccia su una piazza selciata di pietre scure. Rimango un attimo fermo, noto gli altri correre, scappare, come spaventati; m’accorgo d’esser rimasto l’unico, nella piazza, di colpo una goccia precipita sul mio occhio, volgo lo sguardo in alto, piove. La foga della pioggia è distruttiva, io resto ad osservare tanto splendore, l’energia, la rapidità delle lacrime di Dio che accorrono in terra, assaporo l’afa dei colpi sulla fronte, comincio a provare dolore, e fastidio, eppure non mi muovo, avverto un distinto piacere, mi piace quell’immensa forza, adoro sentirmi infastidito dalla natura, dalla tempesta, dall’impeto.

All’improvviso mi sento trascinare, lascio fare, continuo ad osservare il cielo colorato di grigio e di blu opaco, mi volto, è la ragazza della ricreazione.

– Dimmi… ti sei accorto che… piove? – ha il fiato affannato, mi fa sedere per terra, sotto il breve portico che divide l’ingresso della scuola, dalla radura lastricata. Veste a maniche corte, con la maglia fradicia. Di fianco me è poggiata la sua cartella scura, come i capelli bagnati, lisci, di un colore misto tra corvino e castano; non ha una pettinatura precisa, sono corti, intricati, eppure così dolci. M’ osserva sorridendo, io poggio la nuca sul muro, con le gambe divaricate, i ginocchi piegati, le mani incrociate. Lei s’avvicina, si piega, mi snoda le braccia, si volta e siede, lascia poggiare la schiena contro di me, la nuca sulla mia spalla, volge la testa verso il mio collo, incrocia le dita con me, si fa avviluppare da esse, sospira e si placa.

– Ora non c’è nessuno, posso farti ciò che voglio.

– Ai miei desideri non pensi?

– Sono del tutto irrilevanti – indugio un attimo, poco dopo, già sento che scompare, gl’accarezzo le spalle e sussurro:

– Sei tutta bagnata.

– E’ colpa tua.

– Quando non lo è?

– Mai.

Lei chiude gli occhi, si rannicchia e riapre gli occhi.

– Non hai qualcosa da mettere addosso?

– No. Anche fosse, non la prenderei… ah, comunque ho capito chi è Franz! Potevi anche dirmelo!

– Volevo giocare un po’…- lei mi osserva, sorride, avvicina le labbra e mi bacia sfiorandomi appena.

– Non ti baciavo da molto tempo, mi raccomando, tu non farlo mai eh!- con le raccomandazioni, i rimproveri, mi mette allegria, l’osservo ancora, gli accarezzo le labbra e la fronte, e domando:

– Ora va meglio?

– Sì, molto meglio – la osservo. Ora parla, ora chiede, ora mi bacia, io la studio, le rispondo, ma non intraprendo una discussione personale, conosco bene Livia, se non è la prima ad iniziare, le conversazioni hanno vita breve.

– Stavi per andartene senza di me…

– Ti avrei aspettato…

– Non è vero. Dimmi la verità per una volta!- voltata, stringe i baveri della mia camicia, nei suoi occhi vedo un fuoco ardente, i denti stretti, le sopracciglia inclinate. Livia è infuriata, studia il mio sorriso e la mia serenità, s’alza, afferra la cartella, si volta e prova ad andarsene. Resta un poco di fronte alla pioggia e si gira, m’osserva e scorgo una lagrima colargli dagl’occhi.

– Ho capito, credevo fosse un impressione, invece è la verità.

– Cioè?

– Non ti importa più nulla di me!- grida Livia. Prende a narrare le mille attenzioni che non gli avevo prestato di proposito: il periodo che è stata con la febbre non andai a trovarla, un ragazzo l’aveva baciata con la forza ed io rimasi a guardare, i mancati abbracci e baci. Suscita in lei rabbia, dolore, disperazione, ed io, ne sono talmente contento, che non muovo un muscolo, resto a guardarla che si sfoga.

– Hai ragione. Non ti voglio più.

Livia si copre gli occhi con le mani, prende a disperarsi, mi rivolge una offesa pesante, io la guardo, mi alzo in piedi e affermo di essermi infatuato di una mia compagna di classe. Lei mi osserva, s’asciuga le lacrime, e grida che sono un traditore, corre tra i colpi trasversali della pioggia, io tolgo la camicia, l’inseguo, riesco ad acciuffarla, la stringo forte, la prendo in braccio e la porto sotto il portico. Lei pare abbracciarmi, piange incessantemente, abbracciandomi forte. Io mi siedo, con lei sulle ginocchia, e sussurrò al suo orecchio:

– Fessacchiotta… mi fai venir da ridere…

– Ti fa ridere il fatto che tengo a te? Eh?- cerca i baveri, vede che sono in canottiera, le poggio in testa la camicia e sfregandogli il capo, l’asciugo.

– Mi fa ridere il fatto che non t’accorgi di nulla, quando parlo io sembri incantata, prendi per vera ogni frase. Non sapevo fossi così tonta… togliti la maglia.

– No!- le afferro i polsi, li tengo verso l’alto, le sfilo la maglia bagnata, lei rimane in biancheria, si lascia vestire con la mia camicia asciutta, senza proferire parola. Resta un attimo ad osservarmi, io le sorrido, lei mi vibra un manrovescio e si alza, prende la cartella e utilizzandola come ombrello prende a camminare sotto la tempesta, ancora più fitta.

Io le urlo di scusarmi, ma Livia è già scomparsa. Afferro la maglia fradicia, la infilo nel mio zaino e mi dileguo, rabbrividendo. Mentre cammino per le strade sdrucciolevoli, mi torna in mente che dovevo cenare con lei. Sarei dovuto fuggire invece che rimanere ad osservare la pioggia.

Lascia un commento