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Ti chiesi di leggere te per me nel crepitio dell’aria

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ti chiesi di leggere te per me

Ti chiesi di leggere te per me nel crepitio dell’aria,

ne fui sicuro: per qualche istante avrei tremato.

– Non ho capito – dicevi e ridacchiavi per me:

La smorfia migliore fu la mia ricompensa.

Non hai da lamentarti creatura giocosa:

non è per queste parole che s’inventò la carta

ma per conti e racconti ed io parlo con canti.

E nascondevi quel dissapore disatteso

con delicatezza, quasi ad urtare una fragilità

antica come il canto di nessuno.

Più non andasti avanti: preferivi i baci ai versi,

malgrado suonassero sinuosi e sensati seppure salsi.

Ecco la sera a ricordarci la strada di casa:

pensai che fosse tempo di uccidere il verso,

ché il sole all’estate si paragona comodamente,

ché le parole non han l’usato nome ma altro

e vespro e crepuscolo e sera

non ricordano che immobili legami.

Ascolta qualche altra storia dalle rane
dopo puoi anche cacciarle con la scopa
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